Una finestra su Srebrenica

 

 

 

 

  • 4 luglio. Mladic alla seconda udienza si fa cacciare dal giudice dell'Aja (da Corriere.tv)

 

...Facevo bene il mio lavoro.
Pensavo di aiutare l'Onu e le "fazioni locali in guerra"
(era il linguaggio delle Nazioni Unite)
a trovare una soluzione, o almeno a far rispettare il cessate il fuoco...

Nel caso del genocidio bosniaco si pongono due ordini di problemi:
il modo in cui la questione del genocidio fu presentata nei media;
e la fondatezza dell’accusa di genocidio.

Le vedove di lavoro non ne hanno. Non hanno nemmeno la terra.
Piazzate là come degli UFO dopo un atterraggio forzato.
Coltivano un campetto concesso in uso dalla scuola locale:
un po' di patate, di cipolle, di fagioli, due cespi d'insalata.

 

 

 


ARTICOLI

 

 

5 luglio. Il tribunale dell'Aja ha condannato lo stato olandese per la morte di tre musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995.
Il governo dovrà pagare un risarcimento ai parenti prossimi delle vittime che hanno aperto il procedimento.
A citare in giudizio l'Olanda in questo processo sono stati Hasan Nuhanovic e un parente di Rizo Mustafic che lavorava come elettricista per il Dutchbat; l'accusa rivolta al battaglione olandese è quella di aver consegnato i loro parenti nelle mani dei serbi-bosniaci.
La corte ha stabilito che il Dutchbat lasciò i rifugiati nelle mani dei soldati di Mladic pur potendo pienamente prevedere le tragiche conseguenze di questo abbandono.

Sommario

 

 

 

 

DOCUMENTI

A PRANZO DA MIA MADRE di Hasan Nuhanović

 

 

 

12 luglio 1997, Dutchbat, UNPROFOR.

L'esterno era l'ignoto. Era la "parte serba" ed era molto pericoloso andarci. Nessuno poteva garantirmi che sarei tornato vivo da quelle trasferte. Essere leale verso i miei datori di lavoro, i "caschi blu" dell'Onu -- che io pensavo essere i nostri salvatori -- essere professionale mentre interpretavo ogni parola di quello che gli ufficiali serbi dicevano a quegli incontri -- a prescindere da quanto fossi in disaccordo a livello personale -- mi aveva fatto guadagnare lo status di "un interprete mussulmano di fiducia" sia dagli ufficiali olandesi, sia dai serbi dall'altra parte della linea di confronto. I serbi si fidavano della mia traduzione tanto da aver aggiunto un nuovo codice all'elenco appeso sul muro dei posti di osservazione olandesi (OP), ai confini dell'enclave e nei bunker serbi all'altro lato di esso. Il codice era - "Vogliamo Hasan". L'elenco di codici era stato introdotta a causa della barriera linguistica tra i soldati del Dutchbat degli OP e i soldati serbi dall'altra parte, a un centinaio di metri di distanza. Era stato pensato in maniera tale che bastava che gli olandesi imparassero a pronunciare i numeri in lingua locale, da 1 a 25 e i serbi avrebbero fatto lo stesso in inglese. Poi usavano il telefono che metteva in comunicazione ogni OP olandese con il bunker serbo più vicino e dicevano "22". Il che significava che l'UNPROFOR doveva portarmi il più presto possibile presso quella posizione e io dovevo fare l'interprete a una riunione.

Alcune di quelle riunioni erano così tese che non ero mai sicuro se sarei stato arrestato dai serbi, o addirittura ucciso. Ho interpretato molti incontri come quelli all'interno del territorio controllato dai serbi, accompagnato solo dal personale dell'UNPROFOR e alcuni di questi incontri avvenivano a 50 chilometri da Srebrenica. Trovarsi "dall'altro lato" per me a quel tempo era come essere su un altro pianeta. Ogni cosa sembrava così strana e io raramente riuscivo a comprendere la situazione in cui mi trovavo, perchè sapevo che alcuni dei luoghi in cui andavamo erano stati, solo poco tempo prima, luoghi di esecuzione, cimiteri di massa o campi di sterminio.

Facevo bene il mio lavoro. Pensavo di aiutare l'Onu e le "fazioni locali in guerra" (era il linguaggio delle Nazioni Unite) a trovare una soluzione, o almeno a far rispettare il cessate il fuoco.

Mio padre, mia madre, mio fratello, i miei parenti e molti dei miei amici erano all'interno dell'enclave: facevo tutto questo per loro. Ma ero mosso anche da un altro motivo. Era un desiderio molto forte di lasciare quel posto, di lasciare Srebrenica, che pensavo fosse l'inferno in terra. Pensavo che magari durante una di quelle brevi trasferte fuori dall'enclave avrei potuto trovare un modo per scappare verso la libertà. Avrei potuto percepire un indizio, magari cogliere un segno di avidità negli occhi di uno degli ufficiali serbi, per esempio avidità di denaro, così da poter comprare la libertà per me e per mio fratello.

Sì, quello era il mio piano segreto. Non lo avrei detto a nessuno. Risparmiavo denaro dal mio stipendio delle Nazioni Unite; nel giro di un anno e mezzo avevo messo da parte poco più di 6000 dollari. I miei genitori tenevano il denaro in casa ed erano a conoscenza del mio piano. Non ne parlavamo molto spesso ma era chiaro, tra noi quattro, che se avessi avuto l'opportunità di farcela, per me e mio fratello sarebbe stato giusto usare quei soldi; i miei genitori sarebbero rimasti nell'enclave e avrebbero condiviso il destino con le altre persone. L'unica cosa che non potevo sapere era se l'avido ufficiale serbo avrebbe davvero acconsentito a fare passare me e mio fratello attraverso quasi 100 chilometri di checkpoint serbi o se ci avrebbe ucciso subito dopo aver contato il denaro. Era molto probabile che andasse a finire così ed era per questo che esitavo.

E non solo per quello: a volte le riunioni avvenivano sulla strada tra due campi minati ed erano talmente brevi e tese che pregavo Dio di farmi tornare a casa vivo. Compravo dei pacchetti di Marlboro alla base Dutchbat e ne offrivo agli ufficiali serbi a quegli incontri. Quello che non le rifiutava mai era il maggiore Momir Nikolić dell'esercito serbo. Tra noi, nel team degli UNMO, lo chiamavamo "il Serpente". Gli altri due ufficiali serbi assegnati all'enclave erano il maggiore Sargić, "lo Squalo" e il colonnello Vukota Vukovic, "la Volpe". Il maggiore Nikolić era una persona dal comportamento imprevedibile. Era successo parecchie volte che, arrivando sul posto, avesse urlato: "Che ci fa qui lui?", indicando me e mettendo mano alla pistola. Riusciva sempre a spaventarmi. In ogni caso, per qualche ragione pensavo che il più avido fosse lui. Però non lo avevo mai avvicinato. E forse l'avrei anche fatto, ma fu allora che arrivò l'attacco finale serbo.

È il 12 luglio 1995. La città è in mani serbe da ieri. Non so se devo essere superstizioso ma la data 13 non è promettente. Domani è il 13.

Mio fratello è seduto in un angolo, che guarda giù verso il pavimento. I miei genitori sono disorientati. Si guardano attorno increduli. Hanno consacrato tutta la loro vita alla mia educazione e all'infanzia di mio fratello. Eccoci, i loro unici due figli. Il maggiore con quegli stranieri che pensano di averci salvati dai serbi e dalla fame.

Mia madre, una cuoca eccelsa, ha preparato così tante volte la cena a casa nostra a Srebrenica per i nuovi arrivati dell'Onu - per gli ufficiali dalla Norvegia, Svezia, Gran Bretagna, Francia, Olanda, da qualunque posto. I miei genitori erano determinati a trattare tutti i nuovi arrivati "alla bosniaca", cioè offrendo loro il cibo migliore che si poteva avere al mercato nero di Srebrenica - ovvero, l'unico mercato di Srebrenica. Ovviamente, ero io che dovevo pagare per questo. Ero io l'unico che, incredibilmente, guadagnavo denaro a Srebrenica dall'autunno del 1993. Una di quelle cene, a causa dei prezzi spropositatati al mercato, mi era costata una bella fetta del mio stipendio mensile. Mia madre aveva preparato bistecche, patate fritte, pollo, dolci, tutti i tipi di pita, una col formaggio, un pasticcio di carne, una con gli spinaci - detto e fatto. In cambio mio padre chiedeva solo una cosa. Voleva sedere al tavolo con 4 o 5 di quei ragazzi delle Nazioni Unite e chiedere loro di raccontargli che cosa stava succedendo fuori nel mondo. Mio padre, che era stato manager di una ditta nella nostra città natale di Vlasenica, diceva: "Siamo rimasti rinchiusi qui per più di tre anni. Non ho più guardato la TV o letto i giornali per tre anni. Voi siete la nostra finestra fuori nel mondo. Avere voi che ci raccontate dei vostri paesi, della vita fuori di qui, nel mondo normale, mi rende felice, almeno per un po', mi pare di essere di nuovo libero. Mi immagino di viaggiare nei vostri posti interessanti, nelle vostre città. È tutto qui, di fronte a me. Posso vederlo. Grazie per essere venuti qui".

Al momento del brindisi diceva: "Miei cari ospiti, fate come se foste a casa vostra. Assaggiate il nostro cibo bosniaco". E ai ragazzi delle Nazioni Unite quel cibo piaceva. Lo adoravano. Mangiavano con gusto il cibo che mia madre aveva cucinato e le chiedevano le ricette.

I miei pensieri mi hanno portato via dalla realtà. Sono nel nuovo, improvvisato, ufficio degli UNMO alla base Dutchbat e con me sono presenti gli ultimi tre UNMO rimasti nell'enclave, il maggiore Joseph Kingory del Kenya, il Capitano Andre De Haan dei Paesi Bassi e il Maggiore David Tetteh.

Mi ricordo quando una volta Joseph Kingory mi ha detto: "Voi sembrate tutti uguali. Siete tutti bianchi e parlate tutti la stessa lingua. Non riesco a dire la differenza che c'è tra voi, i serbi e i croati. Non la capisco. Questa è una guerra tra tribù diverse o cosa? Questa è l'Europa: non capisco come possano succedere cose simili in Europa. Vi state ammazzando tra voi, proprio come fanno le tribù africane. Pensavo che l'Europa fosse civilizzata".

Due giorni fa, il 9 luglio, lui, Kingory e David Tetteh, il ghanese, hanno implorato, in mia presenza, il sindaco di Srebrenica, Osman Suljic, di lasciarli andare a Potočari, la base Dutchbat. Non volevano più rimanere nel loro ufficio degli UNMO a Srebrenica. Sono spaventati a morte. Non riescono più sopportare il suono delle esplosioni che scuotono l'intero edificio e frantumano le finestre. Li ho visti pregare Dio. Sono entrambi cristiani e pregano come cristiani. Sono inginocchiati e con le mani verso il soffitto guardano in alto, pregano Dio di salvarli, di portarli via da quell'inferno chiamato Srebrenica. Non vogliono più stare li e sono pronti a scambiare tutti i loro dollari, i loro salari dell'Onu, grazie a cui hanno potuto fantasticare sul tipo di attività che avrebbero messo su, una volta tornati nelle loro città africane, per un passaggio verso la libertà fuori da Srebrenica. Il sindaco, guardandoli con un'espressione mista di disgusto e compassione, mi ha chiesto di informarli che potevano anche andarsene. Sono stati lasciati indietro dal loro capo, il comandante olandese Andre De Haan, che ha abbandonato il suo posto circa due settimane prima che iniziasse l'offensiva serba. Sosteneva di avere una strana escrescenza sulla schiena e di aver chiesto ai medici di Dutchbat di asportargliela. Non ha mai più ripreso servizio.

I due ragazzi, le sentinelle locali, che stavano davanti all'ufficio degli UNMO, hanno chiamato Kingory e Tetteh chiedendo loro se volevano conoscere gli ultimi record del numero delle granate in arrivo. I due UNMO, il giorno precedente, con la paura addirittura di mettere un piede fuori dall'edificio, hanno chiesto ai due ragazzi del posto il favore di contare le esplosioni e di riferire loro il numero ogni due ore: poi i due UNMO includevano i dati nei loro rapporti, inviandoli al quartier generale dell'UNPROFOR a Tuzla tramite un fax satellitare chiamato "CAPSAT".

Ed eccoli li. Ora, all'interno dell'area sicura di Ducthbat, come molte centinaia di altri soldati olandesi attorno a loro e dopo la fine di una intensa scarica di granate, Kingory e Tetteh sembrano in qualche modo rilassati. De Haan, arrogante come sempre, non mostra i suoi sentimenti, qualsiasi cosa gli passi per la testa in quel momento. Guarda di tanto in tanto di sfuggita i miei genitori e mio fratello, in silenzio. So che tutti loro, De Haan e i due africani, mi odiano per aver portato la mia famiglia dentro il loro ufficio.

Solamente una porta separa l'ufficio dall'enorme salone/stanza con migliaia di rifugiati. Il capannone è stipato di gente. Si sente la gente piangere e il puzzo -- un tremendo fetore di sudore di esseri umani spaventati, misto al tanfo di feci -- è soffocante. Non ci sono servizi igienici all'interno. Le persone rinchiuse sono costrette a fare i loro bisogni nel capannone. È umiliante. I miei genitori hanno passato la prima notte tra l'11 e il 12 li dentro ma non lo permetterò più . Devono stare con me nel nuovo ufficio degli UNMO, non importa che cosa pensino De Haan o gli africani. Ho portato dentro anche mio fratello, da quella nuova stanza per le Operazioni di Dutchbat, nel bunker delle emergenze, dove aveva passato il primo giorno.

Questa è la nostra seconda notte nella base. Me lo sentivo. I serbi stanno uccidendo tutti gli uomini e i ragazzi la fuori. Saremo al sicuro finchè resteremo dentro. Questo è chiaro. I serbi non osano entrare nella base. Siamo al sicuro per il momento. Ieri ho passato quasi tutto il giorno a cercare di convincere gli ufficiali olandesi al comando e i tre UNMO a tenere mio fratello con me, in modo che qualsiasi cosa farò io, in quanto dipendente dell'ONU, possa farla anche lui. Deve pur esistere una procedura scritta da quei burocrati dell'ONU a New York per una situazione come questa. Voglio dire, questa di certo non è la prima missione ONU. Questa è la mia famiglia, per l'amor del cielo! La prenderò così: se devo scegliere tra salvare tutta la mia famiglia o mio fratello, sceglierò mio fratello. Riuscirò a convincere il Dutchbat e gli UNMO a salvare la vita di tutti e tre? Devo mettere in salvo mio fratello.

I miei genitori mi guardano, è circa mezzanotte. Si sentono degli spari, li fuori. Ogni minuto che passa, si sentono i colpi sparati a caso, senza un ordine. Non c'è ritmo nel modo in cui i serbi usano le armi. Non è un DaDaDaDaDaDaDa. È più un suono simile a Tak... Tak. Tak. I proiettili finiscono la loro corsa in qualcosa, nel corpo di qualcuno. Stanno ammazzando delle persone.

Anche se non si riescono a sentire grida da fuori, il pensiero più tremendo è che i cetnici, gli estremisti serbi, stiano tagliando la gola alla gente, secondo il loro tradizionale modo di uccidere. Guardo mio fratello. I suoi occhi azzurri e la sua faccia così pallida lo rendono vulnerabile. Ed è proprio vulnerabile, in attesa... Non voglio pensare a quell'eventualità... Che aspetti la morte? Sembra molto calmo. Forse qualcuno potrebbe dire che sembra preoccupato, ma non spaventato. Mi chiedo se sia perchè è ancora troppo giovane per capire cosa sta succedendo attorno a lui. Può essere che pensi che questo sia un altro orribile episodio tra i tanti che la mia famiglia ha vissuto dal 1992, dal momento della fuga dalla nostra casa a Vlasenica? Sta solo facendo finta di non essere spaventato perchè anche la sua ex ragazza è alla base? Quella ragazza magra con dei bellissimi capelli biondi. L'ha sicuramente vista, ieri, tra la folla. Io l'ho vista.

Ricordo quando io avevo 10 anni e lui appena 4. Lo riaccompagnavo a casa dall'asilo. Era mio compito, dato che entrambi i miei genitori lavoravano. Lui non sapeva ancora pronunciare bene il mio nome. Diceva: "Hako, per favore dammi la mano". Perchè ha 19 anni ora? Perchè non è un ragazzino? Perchè è dovuto crescere nell'inferno di Srebrenica? Non ha ancora avuto il tempo di godersi la vita. Non ha avuto una vera ragazza prima della guerra. Aveva solo 16 anni quando la guerra era iniziata. E ora lui è qui e dipende totalmente dalla soluzione che troverò , una soluzione che per lui significherà vita o morte.

E io? Mi uccideranno? Ci uccideranno tutti? Ho maledetto quel pensiero che, per un millesimo di secondo, mi ha attraversato la mente. È la preoccupazione per la mia vita. La mia vita. Ehi! Come posso pensare alla mia vita quando quelle di mio fratello e dei miei genitori dipendono dal fatto se riuscirò a convincere questi stranieri a salvarli? Io sono, come dice il pezzo di plastica che pende dal mio collo, un possessore della carta d'identità ONU. Molti mesi prima, quando la situazione era deteriorata e quando l'ONU, in segreto, all'interno dell'enclave ha discusso la possibilità di un'evacuazione di notte con gli elicotteri, è stato detto che anche noi, i dipendenti ONU locali, avremmo potuto essere evacuati. Sono rimasto veramente sbalordito a sentire quelle cose. In quel momento non potevo immaginare che mi sarei trovato in quel tipo di situazione, a considerare una regola ONU come una maledizione e non come una benedizione.

Mi sono alzato dalla sedia, ho guardato De Haan e i due africani e ho detto loro: "Domani, se i veicoli ONU avranno il permesso di lasciare l'enclave, metterete mio fratello con me in una jeep UNMO? Può sedersi sul pavimento e passerà inosservato. Se succede qualcosa sulla strada non sarete responsabili. Sentite, almeno ci avrete provato, sapete cosa intendo".

Non hanno nemmeno girato lo sguardo nella mia direzione. Joseph Kingory mi ha lanciato un'occhiata e ha detto: "Lo sai quanti bagagli abbiamo. Hasan, non c'è posto per tuo fratello nella macchina". Mio Dio, cosa sta dicendo quell'uomo? Gli altri, Tetteh e De Haan, non hanno nemmeno preso parte alla conversazione. Kingory ha fatto bene, avranno pensato. Ho guardato la mia famiglia. Gli ho tradotto quello che gli UNMO avevano appena detto. Sono rimasti senza parole.

Allora ho chiesto ai miei genitori e a mio fratello di ascoltarmi: "Sentite, dobbiamo stare dentro la base il più a lungo possibile. Fintanto che rimaniamo qui con gli UNPROFOR, i serbi non ci faranno del male. Non possono. Non lo farebbero all'interno della base. Domani mattina farò in modo di tenervi dentro la base. Proverò a procurare una carta d'identità da dipendente del luogo per Braco, (che è il soprannome di mio fratello e significa "fratellino"). I serbi non possono sapere chi, nell'arco di questi due anni, ha lavorato come dipendente dell'ONU". I miei genitori mi hanno guardato speranzosi. Non si sono persi d'animo. Cercavano disperatamente di convincersi che avrei protetto Braco, tanto delle loro vite non gli interessava più. Non volevano mostrare a me o a Braco che erano preoccupati. Ciò nonostante, mia madre impallidiva a vista d'occhio. Poi, quando un'altra persona è entrata nella stanza, il colore del suo viso si è fatto giallastro.

È Christina Smith, un'infermiera tedesca. Vestita nel suo camice bianco di Coordinatrice del team di MSF (Medici Senza Frontiere) a Srebrenica, va in giro per la base, molto spesso accompagnata dal suo collega, un chirurgo australiano, David O'Brien. Anche lui è entrato nella stanza. Il suo camice bianco era molto più sporco. Deve aver avuto molto da fare. Cercavano i feriti distesi nelle barelle in uno dei corridoi della fabbrica, non lontano dall'ufficio UNMO.

Christina, senza presentarsi, si è avvicinata a De Haan, sapendo che era il capo del team e gli ha sussurrato all'orecchio: "Ha visto quei nove morti fuori dalla base?". Ho sentito un dolore lancinante, come se qualcuno mi avesse pugnalato al cuore. Ce lo aspettavamo tutti: sta parlando delle esecuzioni che stanno avvenendo proprio in quel momento. Mi giro e dico ai miei genitori e a mio fratello: "Li stanno uccidendo, là fuori. Ci uccideranno tutti".

Mia madre è svenuta, proprio davanti a me, ma sono riuscito a non lasciarla cadere a terra e l'ho distesa su un tavolo al centro dell'ufficio. Non ha per nulla un bell'aspetto. Mio fratello e mio padre sono saltati su dalle loro sedie e hanno iniziato a chiedere aiuto, io le tengo la testa e le controllo il polso. Sappiamo quanto sia fragile e siamo preoccupati che possa morire. Non è più in grado di sopportare la situazione, di lottare con il pensiero che i suoi due figli vengano uccisi dai serbi sotto i suoi occhi.

Mi volto, aspettandomi che Christina, in quanto infermiera professionale e O'Brien, un medico, facciano qualcosa per mia madre. Ma mi sono sbagliato. Nessuno di loro, nè Christina, nè O'Brien o uno dei tre UNMO, si preoccupa di guardare nella nostra direzione, pur trovandosi a nemmeno un metro di distanza da mia madre. Hanno capito cosa sta succedendo ma guardano oltre, con la coda dell'occhio e continuano semplicemente la loro conversazione. Insisto, parlando volutamente in inglese: "Mia madre ha bisogno di aiuto". Niente. Non guardano nè mia madre, nè me. Non riesco a crederci. Si direbbe che mia madre faccia parte dell'arredamento. Questi sono gli stessi stramaledetti UNMO che hanno mangiato il cibo che lei aveva preparato, non più di qualche settimane prima, nella nostra casa a Srebrenica. Sono quegli stramaledetti dottori e infermiere dei MSF che sostenevano di essere venuti a Srebrenica per portare aiuti medici.

Mi sono ripreso rapidamente dallo shock, nel giro di pochi secondi e sono corso a prendere un bicchiere d'acqua. Sono ritornato dopo un minuto e mia madre, dopo averne bevuto un sorso, si è sentita un po' meglio, pur avendo ancora bisogno di aiuto per alzarsi dal tavolo e sedersi sulla sedia in un angolo della stanza. Mentre mio fratello e mio padre badavano a lei, sono corso fuori dalla stanza in direzione dell'ufficio del maggiore Franken, il vice comandante Dutchbat.

Ho corso nel buio, tra i due edifici all'interno della base. Ho intravisto una specie di luce fuori dalla base, tutto attorno. So che è circondata dai soldati serbi dalla mattina ma quello che sto cercando di capire, mentre corro, è cosa stia succedendo ai rifugiati e guardo in quella direzione. Non vedo altro che buio. "Non permetterò che capiti alla mia famiglia", sto pensando, "qualsiasi cosa stia succedendo lì fuori. Devo fare qualcosa. Franken deve affrontare il problema".

Lo conoscevo dal primo giorno dell'insediamento del Dutchbat 3. In qualche modo mi piaceva, mi piaceva com'era: un uomo alto, con i baffi. Mi ricordava quei vecchi film hollywoodiani, in cui tutti gli uomini hanno i baffi, aveva anche un bel modo di fare. Non riuscivo a definire precisamente cosa in quell'uomo ispirasse rispetto. Ciò nonostante, il modo in cui si è comportato oggi quando, ignorando mio padre e Mandzić, quando avevano cercato di convincerlo a fare il possibile per proteggere gli uomini e i ragazzi dentro e fuori la base, ha mandato un segnale d'allarme: anche lui stava diventando qualcos'altro. Oppure in realtà è qualcosa che è sempre stato ma che era solamente rimasto nascosto dietro al suo fare militaresco.

Sono passato attraverso la prima porta, vicino ad alcuni soldati Dutchbat e mi sono diretto a quella di Franken. L'ho aperta e lui è seduto dietro alla sua scrivania. Il modo in cui mi guarda sembra dire: "Per cosa mi disturbi ancora, ragazzo? Non ne ho già avuto abbastanza di te, oggi, quando hai interferito con i miei affari. Chi credi di essere?".

Allora gli dico, senza aspettare che mi autorizzi a parlare: "Maggiore Franken, è a conoscenza dei nove morti fuori dalla base? Christina Schmidt ne ha appena parlato agli UNMO. Che cosa ha intenzione di fare? Deve proteggere gli uomini e i ragazzi, almeno quelli che sono all'interno della base".

Lui fa una specie di smorfia e parla: "Non so di cosa stai parlando. Non ho sentito nulla a proposito di morti fuori dalla base. L'unica cosa che so è che 43 uomini sono stati portati via e messi in una casa vicina. I serbi li hanno interrogati. La prima cosa che farò domani mattina sarà andare a chiedere ai serbi di poter assistere agli interrogatori. Non mi serve sapere cosa dicono ma voglio sapere cosa succede. Ora lasciami in pace, ho da fare e non ho tempo da perdere con te. Non diffondere queste balle tra le persone della base. Non voglio panico, qui dentro!".

È stato molto esplicito e mi ha ordinato di uscire.

Non so se essere sollevato per quello che ha appena detto oppure preoccupato, perchè se mi sta mentendo, è addirittura peggio degli omicidi che stanno avvenendo fuori dalla base. È possibile che lui, o tutti quanti, vogliano tenerci tutti, quelli che sono dentro la base, all'oscuro di quello che ci attende domani?

Tutto ciò fa paura, dopo quello che Franken mi ha detto poche ore prima, che l'evacuazione dei rifugiati dall'area esterna alla base è stata fermata attorno alle ore 20.00 dopo che circa 20.000 persone sono state evacuate e che altre 5.000 verranno evacuate la mattina seguente.

Ha usato la semplice parola evacuazione per quello che in realtà era deportazione da parte dei serbi, con i camion e gli autobus serbi, dopo che gli uomini e i ragazzi erano stati portati via. Ho visto solo donne e bambini che salivano negli autobus e nei camion.

Che cosa succederà domani? Non voglio pensare allo scenario più drammatico, nel caso in cui Franken dica: "Ok, le persone fuori dalla base sono state evacuate, ora è il vostro turno di lasciare la base".

12 luglio 1997, Dutchbat, base UNPROFOR. Con il passare del tempo ci sono sempre meno rifugiati nello stanzone. Solo una porta di legno divide l'ufficio degli UNMO dalla sala dei rifugiati. Ci torno ogni due minuti, per vedere quanti rifugiati sono rimasti. Alle 18.00 circa non ci sono più di 200-300 rifugiati nello stanzone. So che quello è il momento in cui gli olandesi arriveranno nell'ufficio degli UNMO e diranno alla mia famiglia di andarsene. Mia madre è sull'orlo di una crisi di nervi. Mio padre è silenzioso e cerca di fare dell'umorismo. Non faccio altro che ripetergli "Ci uccideranno tutti". Lo ripeto in continuazione.

Mio padre mi dice: "No Hasan, non lo faranno. Perchè dovrebbero? Non ci uccideranno. Perchè dici questo?". Mio fratello è seduto su una sedia e non parla. Siamo tutti preoccupati per lui. I miei genitori sanno che il mio nome è il primo sulla lista di quelli che possono rimanere alla base. Le preoccupazioni sono tutte per il mio fratello diciannovenne. I tre UNMO guardano me e la mia famiglia. Non parlano. Li guardano come per dire: "Perchè non ve ne andate? Perchè ci disturbate?". I rappresentanti UNMO parlano della loro evacuazione. A un certo punto, tre o quattro soldati olandesi entrano nell'ufficio degli UNMO. Stanno dietro di loro. Gli UNMO e gli olandesi dicono: "Hasan, la tua famiglia deve andarsene ora. Quasi tutti i rifugiati hanno lasciato la base. La tua famiglia non può rimanere. Devono andarsene ora".

Ci guardano tutti. Sto piangendo. I miei genitori si sono alzati. Gli UNMO e gli olandesi sono proprio davanti a noi. Aspettavano. Sembra che siano disposti ad aspettare ancora qualche minuto e poi useranno la forza per portare fuori la mia famiglia. Ecco che cosa sembra. Ripetono: "Hasan, non c'è tempo da perdere".

Gli UNMO hanno capito che sto diventando isterico e sembrano spaventati dalla prospettiva che io possa creare qualche incidente e cercHI di tenere mio fratello li con la forza.

L'UNMO keniota, Jospeh Kingory, mi parla e mi guarda. Evita di guardare mia madre che è sull'orlo di un collasso.

Dice: "Hasan, ora vado fuori dal cancello. Petar è là (si riferisce a Petar Uscumlic, un serbo che era un terzo interprete degli UNMO ma il suo ruolo ha una storia a parte). Starò lì con Petar al cancello e quando tuo fratello lo attraverserà, lo chiamerò per nome e gli dirò di venire da noi. Poi scriveremo il suo nome. Lo faremo di fronte ai serbi così vedranno che l'ONU ha un interesse speciale per lui. Gli sarà di aiuto".

Capisco che non c'è spazio per protestare. Ciò nonostante, sto ancora pensando di nascondere mio fratello prima che si avvicini al cancello. Sto piangendo. Mio fratello si è alzato improvvisamente e ha detto: "Fanculo tutti. Non starò qui a pregarli. Me ne vado. Hasan non deve supplicarli per me mai più. Che si fottano".

Io urlo: "Verrò con voi. Non vi lascerò andare da soli". I miei genitori si preoccupano che io vada con loro nonostante il mio permesso di rimanere. Entrambi dicono: "Hasan lascia che tuo fratello venga con noi. Andremo via come una famiglia. Non preoccuparti, lui starà con i suoi genitori. Non succederà nulla".

Gemo e non riesco più a parlare. Siamo passati tutti vicino agli UNMO e agli olandesi. Gli UNMO guardavano in basso. Abbiamo camminato per circa 100 metri e abbiamo raggiunto la zona dell'edificio principale di Dutchbat. Lungo la strada ho dato a mio fratello la mia vecchia carta d'identità ONU. Gli ho detto di mostrarla ai serbi perchè forse qualche serbo che ero solito incontrare alle riunioni con Dutchbat potrà essere presente e aiutarlo. Gli ho detto che se i serbi lo picchiano, lui non deve protestare. Non deve provocarli in nessun modo. Penso che la sua giacca di pelle potrebbe apparire arrogante e quindi gli dò la mia camicia di jeans e gli faccio togliere la giacca. Lo bacio piangendo. E di nuovo gli grido: "Vengo con te". E mi avvicino per raggiungerlo verso il cancello.

Lui si gira e urla: "Tu non verrai con me. Tu puoi rimanere: allora resta. Non verrai con me". Mia madre lo segue. Sto in piedi accanto a mio padre che vuole dirmi addio. Improvvisamente il maggiore Franken esce dall'edificio principale e dice: "Hasan, dì a tuo padre che può rimanere". Un migliaio di pensieri mi passano per la testa. Tutti i tipi di possibilità mi sfilano daventi agli occhi. Penso: "Dio, grazie, questa è una svolta. Diranno che la mia famiglia può rimanere". Franken continua: "Dì a tuo padre che lui è uno dei tre rappresentanti e i loro nomi sono sulla lista di quelli che possono rimanere". Mio padre risponde: "E la mia famiglia?", guardando mia madre e mio fratello. Sono a circa 30 metri da noi e stanno camminando verso il cancello. Penso che Franken mi dirà che possono rimanere tutti. Franken risponde: "Digli che se non vuole rimanere, può anche andarsene con la sua famiglia. È una sua scelta". Mio padre dà la mano a Franken e se la stringono a vicenda. Gli sorride e cammina per raggiungere mio fratello e mia madre. Penso ancora di correre, prendere mio fratello e nasconderlo nella base. Ho ancora 10-20 secondi per farlo prima che raggiunga il cancello. Franken mi domanda: "Hasan cosa stai facendo qui? Gli altri interpreti sono al bar. Quello è il punto di raduno. Vacci. I serbi saranno alla base tra 5 minuti. Faranno un'ispezione e se trovano qualcuno che non è nella lista (la seconda lista) non ne sarò responsabile. Gli ho già dato la lista". Per il resto della mia vita non riuscirò a spiegarmi cosa ho in mente in quel momento. Capisco che Franken mi ha letto nel pensiero l'intenzione di nascondere mio fratello e vuole che io desista. Improvvisamente ho notato che assieme agli autobus e ai camion serbi ci sono circa 7-10 convogli bianchi con la scritta "UNHCR" scritto su un lato. Ho capito che era un convoglio di rifornimento di cibo per i rifugiati. Ma ora a Potočari non ci sono più rifugiati. Sulla mia destra, in piedi proprio vicino a me, ho visto un gruppo di persone che lavora per la UNHCR. Ho subito riconosciuto i loro volti. Erano Andrei Kasakov, un ufficiale superiore dell'UNHCR dall'ufficio di Belgrado, che veniva a Srebrenica ogni settimana con i convogli di aiuti dell'UNHCR nel corso degli ultimi due anni; Rosana Sam, un altro ufficiale superiore dell'UNHCR, originaria dalla Cambogia, veniva anche lei dall'ufficio di Belgrado; e due serbi che lavoravano per loro, un autista e un interprete. Anche loro da Belgrado. Sono molto confuso. La mia famiglia in quel momento dovrebbe essere al cancello. Vedo una folla laggiù ma non riesco a capire cosa stia succedendo. Penso che la situazione potrebbe cambiare di nuovo a favore della mia famiglia. Penso che, dato che l'UNHCR è lì con 10 camion (il loro unico compito è quello di prendersi cura dei rifugiati), potrebbero salvare almeno le persone che sono al cancello o di fronte ad esso. Guardo Andrei. Nei due anni durante i quali lui era venuto a Srebrenica, siamo diventati amici. O almeno era quello che pensavo io. Gli domando, mentre nella mia voce si mescolano il panico, la disperazione e la speranza: "Andrej cosa ci succederà? Che cosa succederà alla mia famiglia? Sono proprio là al cancello".

Tutti e quattro i membri dell'UNHCR abbassano lo sguardo. Anche Andrej guarda in basso evitando di incontrare il mio sguardo e risponde: "Se non hanno nulla a che fare con la BiH (intendeva l'esercito della BiH) verranno rilasciati o scambiati. Non gli succederà niente". Ho l'impressione di parlare con un propagandista serbo. Penso, per l'amor del cielo, lavorano tutti per i serbi, gli olandesi, l'UNCHR, tutti quanti. Possibile che non sappiano che i serbi li uccideranno tutti o semplicemente che non gliene importi niente? Capisco improvvisamente che sono circondato da nemici o da amici dei miei nemici e che sono tutti contro di noi, allora vado verso il bar. Lì finalmente vedo gli interpreti del Dutchbat, l'UNHCR (i due bosniaci che lavoravano per l'UNHCR nell'ufficio principale di Srebrenica) e lo staff dei MSF. Ma di fronte a me siedono anche due ragazzi dell'età di mio fratello. Domando chi siano e vien fuori che non lavorano per nessuna organizzazione internazionale. Sono il figlio e un cugino di uno dello staff locale dei MSF, un autista. Vorrei morire. Hanno avuto il permesso di rimanere perchè la coordinatrice tedesca di MSF, Christina Schmidt, si è messa d'accordo con gli olandesi. Perchè mio fratello non è potuto rimanere? In quel momento qualcuno annuncia che una pattuglia serba è nella base. Passati che sono circa cinque minuti, un soldato olandese si affaccia sulla porta e informa che i serbi se ne sono andati. Avrei potuto nascondere mio fratello nella fabbrica e non lo avrebbero trovato. In quei cinque minuti non avrebbero trovato nessuno.

© 2007 Hasan Nuhanović. All rights reserved. Per gentile concessione dell'autore. Tratto dal volume "Under the UN Flag. The international Community and the Srebrenica Genocide", Sarajevo 2007. ISBN 978 9958 7288-7. Traduzione di Martina Lunardelli

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LA QUESTIONE DEL GENOCIDIO di Guido Franzinetti

Paragrafo estratto da La guerra giusta. Concetti e forme storiche di legittimazione dei conflitti, a cura di Luca Baldissara, "900. Per una storia del tempo presente" n. 2/2009, edizioni l'ancora del mediterraneo, Napoli (visita anche www.istitutostorico.com)

Nel caso del genocidio bosniaco si pongono due ordini di problemi: il modo in cui la questione del genocidio fu presentata nei media; e la fondatezza dell’accusa di genocidio.

La leggenda nera non si limita ad affermare che fu ordito un complotto mediatico e politico per screditare la Serbia; sostiene anche che fu promosso un processo di demonizzazione dei serbo-bosniaci (e dei loro alleati a Belgrado), per convincere l’opinione pubblica e la comunità internazionale (Stati Uniti e Ce/Ue) della necessità di un intervento “umanitario” in Bosnia (e poi in Kosovo). Il problema di questa seconda versione della leggenda è che essa spiega qualcosa che non avvenuto, perlomeno non nei tempi e modi descritti. La questione del genocidio in Bosnia non fu la giustificazione dell’intervento militare occidentale nella guerra (che difatti non ci fu), bensì la giustificazione del non intervento. La stessa creazione di una commissione dell’Onu (nel 1992) e poi di un Tribunale internazionale (1993) costituiva un modo per «fare qualcosa per la Bosnia», al postodi un intervento militare.

Quel che stava avvenendo in Bosnia ammontava a un genocidio (dei bosniaco-musulmani da parte dei serbo-bosniaci)? Era sufficiente sostenere che si trattava, certamente, di un conflitto feroce, ma non di un genocidio, per bloccare qualsiasi proposta di intervento pacificatore in Bosnia, o anche solo di levare l’embargo alla vendita di armi ai bosniaco-musulmani. Questa posizione rafforzava quella che era il vero nucleo duro della posizione americana: la “sindrome del Vietnam” (mai più impegnare truppe in una guerriglia senza strategia d’uscita), la dottrina Weinberger-Powell (impiegare le truppe solo in situazione di superiorità assoluta), e infine la “linea di Mogadiscio” (il ritiro americano dalla Somalia, in seguito all’abbatti- mento dell’elicottero Black Hawk, nell’ottobre del 1993).

Clinton non aveva alcuna intenzione di intervenire in Bosnia, se non congiuntamente agli europei, e cioè con gli unici europei che contassero, britannici e francesi. Poiché, per i motivi già discussi, questi alleati europei non avevano la minima intenzione di intervenire, neppure gli Stati Uniti intendevano intervenire. Si limitarono a giocare un ruolo di secondo piano, come nel caso della creazione della coalizione croato-bosniaco musulmana nel marzo del 1994. Certamente agirono anche dietro le quinte, facilitando e tollerando forniture militari iraniane in violazione dell’embargo. In ogni caso, la politica americana cambiò effettivamente solo in seguito a mutamenti sul terreno nel corso del 1995. È difficile vedere in che senso la questione del genocidio bosniaco fosse necessaria per una politica di intervento limitato e circoscritto.

In seguito alla diffusione di immagini dei campi di detenzione serbi come Trnopolje (estate 1992), la tesi del genocidio nel conflitto bosniaco cominciò a emergere. Gradualmente si produsse nell’opinione pubblica americana (e, in misura molto minore, in quella europea) uno spostamento da un atteggiamento neutrale o filoserbo a un atteggiamento di condanna nei confronti della condotta delle forze militari serbe.

Per comprendere questo mutamento, è necessario tener presenti tre aspetti fondamentali. In primo luogo, non ci fu mai un momento in cui la classe politica americana fu favorevole a un intervento via terra, e neppure alla formula di lift and strike (levare l’embargo alla fornitura di armi ai bosniaco- musulmani, e colpire obiettivi militari serbi per via aerea). L’opinione pubblica americana, per quanto favorevole a una fine del conflitto bosniaco, era assolutamente contraria all’impiego di truppe statunitensi. [...]

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NEIRA IL CONTRAPPUNTO DELL'ORRORE di Azra Nuhefendic

Estratto di un articolo uscito su "Osservatorio Balcani e Caucaso" (21 dicembre 2006)

Neira, undici anni, mingherlina, capelli lisci, biondissimi, occhi cerulei, un volto dolce e intelligente. E' vispa, Neira. Ci guarda ed evidenzia con una smorfia che c'è cattivo odore. Due ragazzi passano silenziosi in mezzo a noialtri, che ce ne stiamo seduti per terra. I suoi fratelli. Due maschi. Se ne contano cinque in tutto, in questo gruppo di quaranta donne. Le madri sole, le vedove di Srebrenica.

I fratelli di Neira, vent'anni a testa, rincasano senza dire una parola dopo un'intera giornata di lavoro nei campi, sulle zolle altrui: puzzano di sudore, di terra, di acqua marcia. Vestiti di stracci, le maniche ancora rimboccate. Alti, nerboruti, i capelli scuri, bruciati dal sole, mesti: tutto il contrario di Neira.

La madre parla mentre tesse la lana di un maglione disfatto. Fa un cenno di capo verso Neira: "È lei che avrei lasciato".

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FILMATI

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Mladic alla seconda udienza davanti il giudice dell'Aja
Dal sito "Corriere.tv"
4 luglio 2011

 

 

 

Dopo Srebrenica
Dal sito "www.osservatoriobalcani.org"
maggio 2011

 

 

 

3 aprile 2010. Dal sito "Aljazeera.net"

Dopo 13 ore d'intenso dibattito, il parlamento serbo ha finalmente approvato la storica risoluzione
con la quale condanna il massacro di 8000 musulmani bosniaci a Srebrenica
e ammette che sarebbe dovuto intervenire per prevenire la tragedia.

 

 

 

A Srebrenica 15 anni dopo.
Da "Euronews" – Febbraio 2010

 

 

"Europa, Srebrenica" di Andrea Rossini

L'11 luglio del 1995 veniva conquistata Srebrenica, la cittadina bosniaca prima proclamata zona protetta dalle Nazioni Unite e poi abbandonata al proprio destino della comunità internazionale. Le vittime, i prigionieri uccisi dall'esercito serbo-bosniaco e dai paramilitari, dopo la caduta della città, furono più di 8.000. Quanto avvenuto a Srebrenica è stato definito genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Il primo in Europa dall'Olocausto. A distanza di dieci anni, le voci di Srebrenica esprimono ancora una tensione palpabile, la difficoltà di affrontare il tema della riconciliazione, lo sforzo complesso di riannodare un dialogo tra le comunità che vi vivono.

Anno: 1999
Regia: Andrea Rossini
Riprese: Moira Della Fiore Interviste: Luka Zanoni, Andrea Rossini
Montaggio: Andrea Rossini, Moira Della Fiore, Maurizio Pasetti Durata 42'

(Puoi visualizzare i filmati da Youtube cliccando su ogni riquadro. Il filmato si compone di cinque parti.)

 

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MATERIALI

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Cronostoria del massacro di Srebrenica.
Fonte "BBC news"

6 – 10 luglio 1995: attacco dell'esercito serbo-bosniaco di Srebrenica - un'area di sicurezza in mano alle Nazioni Unite precedentemente controllata dall'esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina. I civili rifugiati in quella zona erano sotto la protezione delle forze di pace olandesi

11 luglio: migliaia di rifugiati e abitanti di Srebrenica- per lo più donne, bambini e infermi- fuggono verso la base olandese dell'ONU a Potocari. I comandanti serbo-bosniaci chiedono ai musulmani di consegnare le proprie armi.

12 luglio: musulmani bosniaci in età da arruolamento cominciano a trasferirsi verso nord dopo essersi radunati a Susnjari. Si sono messi in fuga di nascosto attraverso le montagne. Alcuni sono stati uccisi strada facendo mentre altri sono stati uccisi dopo essersi arresi

12 luglio : l'esercito serbo-bosniaco divide, tra i rifugiati, gli uomini dalle donne. Migliaia di donne, i bambini e anziani vengono deportati con bus in territorio musulmano. Gli uomini sono rinchiusi in camion e magazzini.

 

13 - 17 luglio: più di 8000 bosniaci uomini e ragazzi vengono uccisi in innumerevoli siti per le esecuzioni nei dintorni si Srebrenica. Informazioni sul massacro iniziano a trapelare dal 16 luglio. Fonte ONU e ICTY

 

 

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PROFILI

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Emir Suljagic

BIOGRAFIA: è nato nel 1975 a Ljubovija, Jugoslavia (Serbia). Nell'aprile 1992, dicisettenne insieme a migliaia di altri musulmani bosniaci e alla sua famiglia, ha cercato rifugio, nell'enclave di Srebrenica per ripararsi dalla minaccia di pulizia etnica della valle della Drina da parte dell'esercito serbo-bosniaco e dagli alleati serbi. Sopravissuto quasi miracolosamente al massacro di Srebrenica, dopo la guerra intraprende gli studi in Scienze politiche a Sarajevo.

Dal 1996 lavora come corrispondente per la rivista Dani, settimanale di Sarajevo. Tra il 2002 e il 2004 si occupa di seguire le vivcende del Tribunale penale internazionale dell'Aja per Dani e per l'"Institute for War and Peace Reporting"

L'AUTORE: Emir Suljagic è l'autore di "Cartoline dalla fossa" il libro è il primo resoconto sull'assedio di Srebrenica scritto da uno dei superstiti al tragico massacro. il libro è la testimonianza della durezza della vita quotidiana nell'enclave e dell'impatto personale su Suljagic fino al 1995, quando il ragazzo si lasciò alle spalle le efferatezze di guerra nelle quale morirono 8000 persone, prevalentemente uomini e ragazzi uccisi dall'esercito e dalle squadre speciali serbe.
In qualità di interprete per l'UN fu portato in salvo dal battaglione olandese UNPROFOR mentre quasi ogni uomo, e molte donne, da lui conosciuti persero le loro vite.

 

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Hasan Nuhanović

BIOGRAFIA: è nato a Zvornik, Jugoslavia (oggi Bosnia Herzegovina) nel 1968. Ha studiato come ingegnere all'Università di Sarajevo. Poco più che ventenne, Hasan è con la sua famiglia tra le 5.000-6.000 persone che hanno trovato rifugio nella base delle Nazioni Unite in Potocari trova rifugio a Potocari in tutta l'area, compresa Srebrenica ci sono circa 25 mila altri musulmani.

Trovato lavoro come interprete presso la base ONU sotto la direzione delle truppe olandesi, assiste impotente agli avvenimenti del luglio 1995, quando i rifugiati di Srebrenica vengono consegnati dai Caschi Blu al generale Mladić, che ucciderà oltre ottomila musulmani maschi di tutte le età. Nel 1992 la sua famiglia sarà una delle migliaia tra i rifugiati bosniaci data per dispersa a Srebrenica

L'AUTORE: Nuhanović è uno dei pochissimi uomini sopravvissuti a quella strage che ha raccontato nel libro, “Under the UN Flag”, la tragica esperienza di Srebrenica. Del momento in cui i caschi blu olandesi ordinano ai bosniaci di lasciare la base ONU, ha scritto: “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Particolarmente toccante è il ricordo del momento in cui i rifugiati trovano dei “negoziatori” d’emergenza da mandare a conferire con Mladić nell’estrema speranza di salvarsi.

Commento di Nuhanovic sull'arresto di Karadzic (2008)

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Guido Franzinetti

BIOGRAFIA: Studia all' Università degli Studi di Torino, presso la Facoltà di Lettere, con una tesi in Storia Contemporanea. I suoi interessi vanno in particolare alla storia dell'Europa orientale. Successivamente ha svolto attività di ricerca e halavorato in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Ucraina, Uzbekistan, Albania, Kosovo.

Attualmente insegna all'Università del Piemonte Orientale, alla Facoltà di Scienze Politiche Storia dell'età Contemporanea e storia dell'Europa Orientale

Attività di ricerca e interessi: etnia e identitarismi, una mappa storica e concettuale.
La creazione dello Stato di Israele (1947-48) visto attraverso le fonti dell'Europa orientale;
Censimenti, lingua e appartenenza etnica: il caso del censimento del 1910 Trieste
.

Tra le sue pubblicazioni, la più recente è I Balcani: dal 1878 a oggi, Carocci 2010

 

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Azra Nuhefendic

Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.
"La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi."
Io non volevo credere che la guerra avrebbe raggiunto Sarajevo. Ma mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese. Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Sono partita al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.

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GLOSSARIO

  • ENCLAVE

In geografia politica un'enclave è una parte di territorio interamente compreso all'interno di uno stato, che però appartiene a tutti gli effetti ad un altro Paese. Viceversa, la parte di territorio di uno stato sovrano che giace all'esterno dei confini della Nazione si chiama exclave.
Enclave ed exclave esistono anche a livello di ripartizioni amministrative e di unità territoriali (stati federati, regioni, distretti, comuni) all'interno di uno stato. La parola francese enclave ha origine nella terminologia diplomatica dall'aggettivo tardo latino inclavatus che significa "chiuso a chiave".
La parola exclave è invece una derivazione logica del primo termine. Il termine "enclave linguistica" viene spesso utilizzato come sinonimo di isola linguistica.

 

  • ICTY (Internationa Criminal Tribunal for the Former Jugoslavia)
    Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.

È un organo giuridico delle Nazioni Unite a cui è affidato il compito di perseguire i crimini commessi nell'ex Jugoslavia negli anni successivi al 1991. Il tribunale è una corte ad-hoc istituita il 25 maggio 1993 con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è situata all'Aia, nei Paesi Bassi. È la prima corte per crimini di guerra costituita in Europa dalla seconda guerra mondiale ed è chiamata a giudicare gli eventi avvenuti in 4 differenti conflitti: in Croazia (1991-95), in Bosnia-Erzegovina (1992-95), in Kosovo (1998-99) e in Macedonia (2001).


I reati perseguiti e giudicati sono principalmente 4:
* gravi infrazioni alla Convenzione di Ginevra del 1949
* crimini contro l'umanità
* genocidio
* violazioni delle consuetudini e delle leggi di guerra La corte può processare solamente persone singole, quindi nessun Stato, partito politico o organizzazione ricade sotto la sua giurisdizione;

la pena massima applicabile è l'ergastolo. Entro il 31 dicembre 2004 la procura deve terminare le indagini, entro il 2008 tutti i primi gradi e nel 2010 chiude tutto, tranne che per Ante Gotovina, Ratko Mladić e Radovan Karadžić.

Sito: http://www.icty.org/

  • SREBRENICA

Una città e un comune nella parte orientale della Bosnia-Erzegovina appartenente all'entità della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (Republika Srpska).
Srebrenica si trova in una zona montuosa, e il nome della città (Srebrenica) significa "miniera d'argento", dall'antico nome latino Argentaria.
Prima del 1992 era attiva in città una fabbrica metallurgica, uno stabilimento termale che richiamava turisti da tutta la ex Jugoslavia, mentre nelle vicinanze erano operanti miniere di zinco, piombo e oro.
Verso la fine della guerra in Bosnia, nel luglio 1995, Srebrenica è stato teatro del peggiore massacro di civili bosgnacchi da parte delle truppe paramilitari serbo-bosniache di Ratko Mladić. Nonostante ciò, Dayton ha lasciato Srebrenica nel territorio della Republika Srpska.
Il 24 marzo 2007, l'assemblea municipale di Srebrenica ha approvato una risoluzione che domanda l'indipendenza dalla Republika Srpska; i membri serbi dell'assemblea non hanno votato la risoluzione.

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