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Alla scoperta del popolo millenario

di Emanuele Giordana

Da "Lettera 22", 27 gennaio 2012

Tra la quantità di roba, robetta e robaccia pubblicata in Italia sull'Afghanistan, c'è qualche rara eccezione che appare doveroso segnalare. A seguire quanto viene pubblicato dall'editoria italiana infatti, non si capisce bene quale sia il metro che gli editori seguono per parlare di questo Paese. Come che sia le perle non sono molte. Quella, impegnativa, appena mandata in libreria dalla Beit di Trieste, rientra nel tentativo di nobilizzare l'attività pubblicistica italiana sull'Afghanistan. Si tratta di un imponente manuale di storia di oltre 450 pagine che parte dalle origini e arriva praticamente ai giorni nostri. Un'opera imponente dell'olandese Willelm Vogelsang, non priva di luci e anche di qualche ombra.

[...]

Detto questo, il testo di Vogelsang va comprato e tenuto in libreria per tutte le consultazioni necessarie. Ottimo testo per l'accademia (e dunque per i corsi che trattano di Afghanistan), riempie quel vuoto nello scaffale, perlomeno per i libri in italiano (o tradotti in italiano). Il prezzo è anche molto ragionevole: solo 22 euro che, in questo caso, sono soldi davvero ben spesi.

Leggi la recensione completa di Emanuele Giordana su Lettera 22

 

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Austria, una nazione alla ricerca d'identità

di Nicola Morandi

Estratto da "Il Corriere del Trentino", 24 maggio 2011

Un’Austria chiusa a riccio, alla ricerca di un’identità. Questi i confini entro i quali Steven Beller, storico indipendente, descrive lo situazione attuale di uno Stato che è ancora alle prese con la sua storia passata, fatta di luci e di ombre. “Austria, Cuore d’Europa” (Edizioni Beit Storia, 352 pagine, illustrato, euro 22) racconta in maniera chiara e coinvolgente il ruolo dell’Austria come scacchiere europeo, facendo tramite fra Est e Ovest. Questo però è solo uno degli elementi di continuità nella storia austriaca che questo saggio evidenzia con estrema lucidità.

[...]

Più di mille anni di storia sono lunghi da sintetizzare, ma Beller riesce nel tentativo: per oltre sei secoli governata dalla dinastia degli Asburgo, nell’Ottocento, durante il Risorgimento italiano, l’Impero austro-ungarico fu dall’altra parte della barricata, coinvolta in quei moti che condussero all’unità italiana, ma anche in quei movimenti nazionali che si svilupparono in tutta l’Europa centro-orientale dopo il 1860. Non solo: nel saggio c’è anche la Vienna fin-de-siècle, capitale dell’Impero, ma anche l’Austria nazista, fino a quella più recente, con il periodo delle grandi coalizioni ostacolate da partiti estremisti, come quello di Haider. «L’Austria è, per così dire, una nazione priva di una storia - incalza l’autore - così come la storia austriaca è una storia priva di una nazione». Agli austriaci manca l’autostima, ripete Beller, senza la quale è difficile accettare quello che sotto certi aspetti è un passato invidiabile e soprattutto ricco significato sovranazionale.

Un libro da cui partire per riflettere, con le sue analisi delle trasformazioni sociali, economiche e politiche che hanno portato l’Austria a quello che è oggi.

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Steven Beller - Austria, cuore d'Europa

Estratto da "Il Gazzettino", 3 aprile 2011

Se oggi l'Austria è una nazione di poco più di 8 milioni di abitanti, diversa è la storia di un impegno che per quasi mille anni ha influenzato e caratterizzato la storia dell'Europa centro-orientale. A ripercorrere in maniera accurata queste vicende è ora la casa editrice triestina Beit che nell'ambito della propria collana storica propone il volume "Austria, cuore d'Europa" dello storico statunitense indipendente Steven Beller. Un libro di 352 pagine al quale si aggiungono illustrazioni e cartine, attraverso le quali si ripercorre la storia dell'Austria dalle origini fino al 2008, dai primi Asburgo alla morte di Jorg Haider. Se oggi è una piccola nazione che nella seconda metà del Novecento è rimasta ai margini delle vicende dell'Europa Occidentale, il lettore verrà subito immerso in un percorso che ben ricorda e spiega come fu ben altra l'influenza di Vienna nelle vicende di secoli e secoli di avvenimenti del Vecchio Continente, con un ruolo chiave nello scacchiere europeo e fra Est e Ovest che solo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale, con la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico e l'avvento degli stati-nazione, fece venire meno. Musica, letteratura, arte, ma anche economia, usi e costumi, si estendevano infatti appena un secolo fa da Trento a Praga e Cracovia, da Trieste a Sarajevo, da Gorizia fino alla Transilvania. Utile per capire come l'Austria dissolta dalla Grande Guerra più di altri stati abbia faticato nel Novecento a trovare una nuova e autonoma identità.

 

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Turchia - di Neumann e Kreiser

"Il Foglio", 9 marzo 2011

Una breve storia della Turchia può essere scritta come storia della regione anatolica oppure come profilo storico della Turchia”, spiega la prefazione. L’Anatolia, antica Asia minore, è infatti un’area geografica che fu in passato abitata da una quantità di popoli, per lo più di ceppo indoeuropeo, per poi essere già prima di Cristo fortemente ellenizzata, e diventare per oltre un millennio il fulcro dell’Impero bizantino. I turchi venivano invece dall’Asia centrale; arrivarono in Anatolia nell’XI secolo, poco dopo essersi convertiti all’islam, e ne divennero i padroni nel XIV e XV, nella compagine multietnica e multireligiosa dell’Impero ottomano. Dopo la Prima guerra mondiale edificarono uno stato moderno, al prezzo di una radicale pulizia etnica della popolazione greca e armena. Non si tratta di una vicenda in sé eccezionale, ma nel caso della Turchia, comporta un interrogativo di fondo sulla natura europea o asiatica di questo paese, diventato ora argomento di polemica politica contingente con la questione della domanda di adesione all’Unione europea. Orientalisti e turcologi, i tedeschi Kreiser (archeologo) e Neumann (studioso di storia ottomana del XVIII e XIX secolo) sono ben consapevoli dello storico e dialettico rapporto della cultura germanica con la possente spinta rappresentata dall’etnia turca: dai due assedi di Vienna, all’asse di ferro tra Germania e Turchia durante la Grande guerra, alla forte componente di immigrati turchi nell’attuale società tedesca. Il problema iniziale è risolto subito in senso non proprio conforme a quella retorica di stampo kemalista che insisteva nel considerare i turchi discendenti degli ittiti, e che aveva avuto un famoso precedente nell’eredità troiana rivendicata dal conquistatore di Costantinopoli, Maometto II, con Papa Piccolomini. “Le prime strutture del potere signorile dei turchi” sono collocate infatti senza problemi in Asia centrale. Ma nel corso di quindici secoli questo popolo si è fatto mediterraneo a sua volta. E soprattutto, a partire da quella “crisi esistenziale dell’Impero ottomano” che va dal 1768 al 1826, l’attrazione per l’Europa è diventata il filo centrale della sua storia. Con la stessa accuratissima diplomazia da loro utilizzata per affrontare temi infuocati come quelli del genocidio armeno costruendo un punto di vista accettabile a tutti, però, Kreiser e Neumann concludono col raccomandare “cautela”. “Al fine di evitare un ingresso troppo frettoloso del paese nell’Unione europea”.

 

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Brane Mozetič - Storia perduta

di Fabio Donalisio

Estratto da "Pulp libri", gennaio/febbraio 2011

[...] Una specie di on the road imploso, questo romanzo. In cui le tappe sono circolari, il viaggio concentrico, l'orizzonte scomparso. Gli avvenimenti perdono di significato e ci si muove solo sulle proprie stesse orme. [...]

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Brane Mozetič: "Ci sono io nella Storia Perduta tra droghe, gay, solitudine

di Mary B. Tolusso

Estratto da "Il Piccolo", 12/12/2010

L’autore, Brane Mozetic , ci parla di autobiografia. Ma senz’altro dentro “Storia perduta” (Beit Edizioni, pag. 223, euro 15,00) assistiamo all’affresco di una Lubiana che potremmo scorgere ovunque. Realista, ironico, ma soprattutto non dedito a una scrittura lineare, Brane Mozetic sarà presente oggi alla Libreria Minerva (alle 18), introdotto da Peppe Dell’Acqua e Piero Budinich. Difficile catalogare la sua scrittura, e questo è un bene. Di certo si recepisce il lavoro di chi giunge anche dalla poesia, per sensibilità e sperimentazione linguistica, oltre che per potenza evocativa. Un’opera insomma che senza dubbio si schiera dalla parte di quegli autori che non hanno voglia di strizzare continuamente l’occhio al lettore, considerando invece la scrittura un esercizio di coraggio. «Il romanzo è praticamente autobiografico – dice Mozetic – per meglio dire autonarrante. È sostenuto dal mio vissuto con la nuova generazione di giovani ma anche dal mio innamoramento per il ragazzo che nel romanzo si chiama Arjun. Tutti gli avvenimenti descritti sono uno spaccato di vicende reali». Storia di droghe, sesso, solitudini, difficile non pensare a Welsh o a quella linea di “realismo isterico”, conosciuta ai più come “massimalismo”. Invece no. Mozetic si dice più influenzato da francesi come Herve Guibert, Marc Vilrouge, Tony Duvert e Guillaume Dustan. «Scrittori che hanno vissuto in qualche modo ai margini, assieme alla propria ossessione, isolati». I personaggi si muovono anche nel segno di una certa ambiguità, soprattutto nei confronti dell’accettazione della propria omosessualità: «La generazione che ha vissuto i rave party è stata anche permeata da una nuova droga, chiamata ecstasy – osserva l’autore – negli anni ‘50 la prescrivevano addirittura i medici per problemi coniugali e sessuali, è chiaro che si tratta di una droga molto sensuale. Ecco perché questa generazione era molto “innamorata”, ciò significa anche in maniera bisessuale. In questo mondo l’omosessualità era abbastanza accettata, ma soltanto finché durava l'effetto della droga. Poi era rifiutata. Anche i protagonisti oscillano fra due estremi. Per quanto riguarda l’accettazione della propria omosessualità, oggi, posso dire che i giovani hanno parecchie difficoltà, anche perché gli intolleranti nei confronti della diversità sessuale hanno più peso di quanto non ne avessero negli anni ‘90». Ma nel romanzo la discriminazione, contro se stessi o contro gli altri, emerge senza ombra di giudizio morale, così come sanno le penne più raffinate. Nel caso di Mozetic c’è anche la sua esperienza sul campo: «All’epoca ero coinvolto anche nelle azioni di prevenzione durante i rave party, volte a fare sì che i ragazzi assumessero la droga con cautela e giudizio. I tempi e le droghe allora erano diversi, stile figli dei fiori, solo che non c’era alcun impegno sociale, tutto rimaneva a livello personale ed emotivo. Per questo il romanzo non contiene alcun giudizio morale, né sugli approcci sessuali, né sull'assunzione di droghe». Realtà e surrealtà, visione oggettiva e prospettive alterate, una tenuta perfetta sugli sguardi dei protagonisti, oscillanti come sono tra due stati: «C’è una fuga dalla realtà di questo mondo, ma allo stesso tempo anche una critica. C’è un atteggiamento ironico nei confronti della vita quotidiana in città, dei valori e della morale. Ecco perché alla fine i protagonisti emigrano in un terzo mondo, forse ancora incontaminato, primigenio». Un romanzo, “Storia perduta”, da leggere assolutamente. Perché certo si narra l’amore ai tempi dell’ecstasy, ma di più ciò che a volte ci pare “oltre”, si avvicina invece vertiginosamente alle nostre routine, in fatto di noia e solitudine. Non si pensi neppure che sia un romanzo di “genere gay”, quando invece il pregio è proprio mostrarci un’idea di amore senza generi. Merito di una scrittura che non ha voluto prendere troppe distanze. Impresa non facile, il labile confine tra emotività e tecnica, tra pancia e mestiere. Ma quando riesce, siamo di fronte a un vero libro.


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Una Slovenia fatta di droghe sesso sfrenato e solitudine

di Alessandro Mezzena Lona

Estratto da "Il Piccolo", 09/11/2010

Non è la Edimburgo del "Trainspotting" di Irvine Welsh. é nemmeno la Pasadena dei romanzi di Dennis Cooper. No la città tutta droghe, sesso e solitudine che Brane Mozetic racconta è la rampante Lubiana. Una capitale europea che, a guardarla di sfuggita, sembra perfettamente capace di far convivere in armonia la sbornia consumistica del nostro tempo con la più raffinata tradizione mitteleuropea.
Una Lubiana, Una Slovenia, insomma che nessuno ha raccontato. E che adesso rivela il suo volto rimasto in ombra in un romanzo duro, bello, perturbante. Lo ha scritto quel Brane Mozetic che, dopo aver conseguito la aurea in Letterature comparate, si è specializzato alla Sorbonne.
Poeta, traduttore di Rimbaud, Genet, Foucault, Mozetic si è sempre distinto per il suo impegno a favore dei diritti degli omosessuali. Solo lui poteva scrivere un romanzo coraggioso e straziante come "Storia perduta". Perché dentro le pagine di questo libro c'è la solitudine, il senso di vuoto di una generazione che vive come se davvero, davanti avesse soltanto il baratro del "no future" cantato dai Sex Pistols negli anni Settanta. Ramazzano droghe in giro per le strade come fossero caramelle, si imbottiscono le orecchie di musica techno, usano il sesso come fosse un viatico per evitare il confronto con l'amore. E se pensano al domani, si vedono inesorabilmente ingrassati. Con una moglie rompiballe al fianco e qualche marmocchio che strilla per casa.
Bojan, il protagonista, condivide l'appartamento, qualche vola il sesso, droga e poco altro, con un altro ragazzo suo coetaneo, Tim.
Arrivati ormai alle soglie dei trent'anni, non smettono un attimo solo di abitare la note con le loro scorribande. Di tirare l'alba imbarcandosi in improbabili feste che assomigliano sempre a tristissime sbornie. E girovagando da un locale all'altro, presidiando le discoteche più alla moda, si imbarcano in storie di sesso con ragazzi di passaggio. Che, abitualmente, scompaiono con la stessa velocità con cui sono comparsi.
Gli appunti di diario che Mozetic finge di aver trovato in un'aiuola di Isola raccontano, giorno per giorno, la ricerca di un senso da dare alla vita che Bojan e gli altri si trascinano appresso. Ma lo scrittore non descrive mai il loro mondo con tono moralistico. Non si permette neppure una vola di tranciare giudizi, o di indurre il lettore in un mondo che finiamo sempre per esorcizzare. Che fingiamo di non vedere.
Deciso a tenere lontana la tentazione dell'eroina, e convinto che solo in un'isola sperduta potrà ritrovare se stesso, e uno spiraglio di felicità, Bojan prova a dare corpo al suo sogno quando incrocia Arjun. Un giovane che ha origini indiane Uno che molti giudicano e snobbano solo per il colore della sua pelle.
Il problema è, però, che Arjun non sa decidersi. Forse è difficile a diciannove anni accettare la propria omosessualità, in un mondo che ti vuole a tutti i costi conquistatore di donne. Così il ragazzo indiano gioca al gatto e al topo con Bojan. Un po' ci sta, un po' sparisce. Fino a massacrarsi di droghe, fino a richiamare su di sé lo sguardo gelido della Morte. Quando finalmente i due ragazzi riusciranno a partire per la tanto sognata isola lontana, sarà il Caso a decidere la loro sorte.
Forse, basterebbe un po' d'amore e un senso da dare alle giornate che si susseguono tutte uguali, per cambiare il destino do Bojan. E degli altri come lui. Ma nel mondo raccontato da Mozetic brillano troppo le luci fasulle,. E troppo volti sono celati sotto la maschera


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A Srebrenica sono morti anche i vivi

di Mara Gergolet

Estratto da "Il Corriere", 11/07/2010

DIARIO DI SOPRAVVIVENZA - E, mentre nel villaggio di Zalazje dal 2 luglio sono cominciate le esumazioni, Al Memorial Center di Potocari si prepara la commemorazione con un funerale collettivo. I corpi, raccolti dalle fosse comuni, di 775 persone i cui resti sono stati identificati nel corso di questi anni, saranno cremati e a ognuno verrà data singola sepoltura. Che cosa è successo in quei giorni? Un libro, Cartolina dalla fossa, che uscirà il 12 luglio per la casa editrice Beit di Trieste, (pag. 270, euro 20), lo racconta con foto, cronologia (la prefazione di Azra Nuhefendic, interventi di Alice Meden, Guido Franzinetti, del poeta bosniaco Abdulah Sidran). E' un diario sulla vita a Srebrenica prima e durante la tragedia di Emir Suljagić, un giovane musulmano bosniaco che, contro ogni previsione è sopravissuto. È la prima volta che Srebrenica è raccontata da un superstite.
SONO VIVO - «Io sono vivo perché Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte», scrive Suljagić che aveva 17 anni quando iniziò la guerra. Imparò l’inglese e divenne interprete per le Nazioni Unite a Srebrenica. Questo gli salvò la vita. Oggi Emir fa il giornalista in Bosnia. La sua scrittura è pacata. Non odia, non insulta, non urla. Racconta. La difesa della città, il contrabbando, l’ipocrisia dei caschi blu. E poi la fame e la miseria che hanno trasformato individui e comunità. Un resoconto umano in cui c’è l’assedio e la sopravvivenza. «La fame aveva completamente alterato la mia personalità», scrive. «Dal ragazzo, che prima della guerra era timido e riservato, ero diventato aggressivo e senza scrupoli. Questo mi ha spaventato». Racconta scene di un quotidiano. Parla dell’attacco dei musulmani bosniaci a Kravice. La 28esima divisione dei musulmani guidata da Naser, il 7 gennaio 1993, Notte di Natale ortodossa, in cui 49 civili serbi erano stati massacrati (86 civili sono stati feriti). A Srebrenica nessuna compassione per quelle vittime. «Sia come sia, quella si rivelò una macchia sulla nostra vittoria, altrimenti pura come un cristallo», scrive Suljagić: «Anche quello era un segnale inconfutabile che stavamo diventando sempre più simili ai serbi, a ciò che loro erano, ossia a ciò che loro desideravano noi diventassimo. Forse questo avvenne prima che chiunque se lo aspettasse, ma era inevitabile che le vittime - ma questo è solo il mio pensiero - in quelle circostanze iniziassero a somigliare al carnefice»


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Srebrenica 15 anni dopo. Il sopravvissuto: «Eravamo come lupi»

Estratto da "Il Sole24ore"

di Alberto Negri, 11/07/10

Fu un generale che si sentiva come un dio che tra l'11 e il 15 luglio del 1995 a Srebrenica uccise a sangue freddo più di 8mila musulmani. Quarantamila persone furono deportate, centinaia di donne vennero sistematicamente violentate: nella disattenzione di una calda estate di vacanze si consumò il peggiore massacro in Europa dalla seconda guerra mondiale, in una città che l'Onu aveva dichiarato "area protetta". L'unica cosa che facemmo allora fu raccogliere testimonianze: a migliaia raggiunsero Tuzla, feriti, disperati, lasciati agonizzare per giorni sulla pista incandescente dell'aeroporto.

Nella marcia tra le montagne bosniache alcuni, ridotti alla follia, si uccisero facendosi saltare in aria con le granate pur di non essere presi vivi. Ma nessun racconto, per quanto macabro e lancinante, smosse le cancellerie internazionali. Srebrenica oggi è una città dalla tristezza opprimente, schiacciata tra la montagna e il corso della Drina, popolata da profughi serbi scacciati da Sarajevo, un punto sulla carta di uno degli stati più minuscoli d'Europa, la Repubblica Sprska, l'altra entità che insieme alla Federazione croato-musulmana costituisce la Bosnia. Un mese fa il tribunale dell'Aja ha condannato all'ergastolo due ufficiali serbi colpevoli di genocidio ma il generale Ratko Mladic è ancora latitante. Su Srebrenica sono stati scritti molti libri ma soltanto adesso è stato tradotto Cartoline dalla fossa (Beit Editore), il primo racconto di un sopravvissuto, Emir Suljagic, trentacinquenne giornalista di Sarajevo.

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Cartoline da una fossa chiamata Srebrenica

Estratto da "La Repubblica"

di Guido Rampoldi, 11/07/10

Non si può capire perché i sopravvissuti continuino a paragonare il massacro di Srebrenica all'Olocausto senza tenere presente che la loro vistosa esagerazione aveva ed ha lo scopo di richiamare le coscienze dal loro torpore. Nel concreto il confronto è semplicemente improponibile, data l'incommensurabile diversità, qualitativa e quantitativa, che separa i due eventi. Eppure le similitudini proposte da un sopravvissuto, Emir Suljagic, nel suo diario dell'assedio di recentissima pubblicazione (Cartolina dalla fossa, edizioni Biet), meritano rispetto e attenzione. Suljagic aveva diciassette anni quando le milizie serbe presero Srebrenica. Si salvò perché era interprete delle Nazioni Unite, ruolo nel quale fu testimone del "freddo, quasi burocratico disinteresse" del personale civile e militare della missione Onu, "un tradimento compiuto da persone che, secondo ogni standard, erano istruite e intelligenti: da uomini che in quei giorni non ebbero coraggio o non vollero essere uomini". In questa galleria di vili spicca il comandante dei caschi blu olandesi, il colonnello De Haan. All'arrivo dei serbi si cala le braghe, al pari dei suoi uomini. Non vuole guai. Cancella di suo pugno il nome di un diciannovenne che gli interpreti hanno inserito surrettiziamente nella lista del personale Onu autorizzato dai conquistatori a lasciare la città. Lasciato a Srebrenica, il ragazzo verrà ucciso pochi giorni dopo.
Simmetrico al disinteresse internazionale e Onu è l'incapacità degli assediati di guarire dalle proprie illusioni. Quando cominciarono le prime deportazioni naziste, cioè ben prima della Seconda guerra mondiale, molti prigionieri dei campi coltivarono la stessa ragionevole speranza dei musulmani assediati a Srebrenica. I quali, scrive Azra Nuehefendic nell'introduzione a Cartolina dalla fossa, "ogni sera si addormentavano con l'idea che l'indomani qualcuno li avrebbe soccorsi, rimediando il terribile torto per il quale stavano soffrendo, che l'ingiustizia si sarebbe risolta e che l'incomprensibile indifferenza del mondo per le loro sofferenze non poteva essere reale". Il generale Mladic non era certo Hitler, ma "l'incomprensibile indifferenza del mondo" era di nuovo all'opera. Stavolta dietro un travestimento pacifista e umanitario.

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Spoon River a Srebrenica

di Gigi Riva

"L'Espresso", 09/07/2010

Emir Suljagic, oggi ha 36 anni ed è un sopravvissuto. Era poco più che adolescente quando scampò all'eccidio di Srebrenica (Bosnia) di cui ricorre l'11 luglio il quindicesimo anniversario. È ancora vivo perché lavorava per le Nazioni Unite mentre altri 8.106 maschi bosniaci musulmani furono uccisi dai serbi e 30 mila fra donne e bambini vennero deportati. La casa editrice "Beit" di Trieste manda ora in libreria il suo "Cartoline dalla fossa, diario di Srebrenica" (270 pagine, compresa una ricca documentazione fotografica, una poesia di Abdulah Sidran, lo sceneggiatore di Emir Kusturica, euro 20). Il volume ricostruisce nei dettagli gli oltre tre anni di assedio nell'enclave, che doveva essere protetta dalla comunità internazionale, fino ai cruciali giorni della caduta e della carneficina. L'ultimo capitolo si chiama "Persone", per dare un volto, un nome e una storia ad alcuni di coloro che altrimenti sarebbero solo dei numeri nella cruda contabilità del massacro più grave avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale


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Bulgaria. Crocevia di culture

di Giacomo Brucciani

Estratto da "Studi Slavistici",VII 2010

Richard J. Crampton e la complessità della storia bulgara. La traduzione italiana della storia della Bulgaria di R. Crampton (la prima edizione inglese risale al 1997) come si dice in questi casi sopperisce a un'assenza nel panorama storiografico italiano. O forse sarebbe meglio dire che è proprio la stridente presenza di un vuoto che viene meno.[...]
Il libro di Crampton garantisce finalmente di poter fruire di un agile e chiaro strumento di lavoro per quanti, soprattutto nei corsi universitari, vogliano proporre agli studenti le vicende di questo paese balcanico poco conosciuto. Il fatto che la Bulgaria sia ancora un paese poco conosciuto assume due significati: uno positivo, se si considerano gli enormi problemi, sommovimenti violenti, guerre e emigrazioni di massa, generati dal crollo dei regimi comunisti in Romania, nella ex Jugoslavia e in Albania; un significato quasi negativo, visto con gli occhi anche dello specialista, per il più o meno velato provincialismo che attanaglia ancora certe discipline.

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Thomas Glavinic. La sfida di Carl Haffner

di Mario Leoncini

"Scacchitalia", maggio 2010

Nel periodo a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, e di certo fino alla prima guerra mondiale, Emanuel Lasker non ebbe rivali. Tarrasch, vincitore di grandi tornei e suo diretto concorrente secondo il mondo degli scacchi di allora, rimase travolto nel 1908 in un match memorabile. L'incontro con il polacco Akiba Rubinstein, forse davvero l'unico per originalità e genialità – Capablanca e Alekhine ancora troppo giovani – in grado di aspirare al titolo mondiale, saltò per via della guerra. Eppure ci fu un uomo che riuscì a fermare il campione del mondo. In apparenza costui non doveva essere un grande ostacolo per Lasker. Carl Schlechter, coriaceo e maestro della difesa tanto da essere denominato re delle patte, non era andato oltre il pareggio nei match con giocatori che Lasker aveva sconfitto. Ma il campione del mondo aveva sottovalutato la solidità di gioco del suo avversario che aveva come principale obiettivo quello di non perdere piuttosto che di vincere. Nel match del 1910 Lasker non riusciva a sconfiggere il viennese e quando perse la quinta partita fu davvero a un passo dalla sconfitta. Ma qualcosa successe nell'ultima. Lo sfidante abbandonò il suo gioco remissivo e per la prima volta cercò la vittoria. Questo accadde, secondo alcuni storici per le condizioni capestro imposte da Lasker, ma questa è un'altra storia. L'improvviso spazio che si creò sulla scacchiera salvò il campione del mondo che vincendo l'ultima partita pareggiò con fatica un match che sembrava perso. Per il tedesco aver visto la sconfitta tanto vicina fu così traumatico da convincerlo a non dare la rivincita al coriaceo avversario austriaco. Il libro di Glavinic ripercorre, in forma romanzata ma non lontana dalla realtà, il match del 1910 visto dalla parte del viennese, nel libro ribattezzato Carl Haffner. L'autore scava nella psicologia del personaggio, presentandoci un uomo con le sue speranze, i suoi umori, le sue idiosincrasie. L'autore rivisita l'uomo Schlechter certo in forma romanzata ma attenendosi ai fatti storici, ne rilegge la psicologia e la interpreta in modo plausibilmente realistico dandole quelle tre dimensioni che rendono lo Schlechter/Haffner un personaggio vero.

Un bel libro che vale davvero la pena di leggere.


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Storia di un amore due volte proibito

di Caterina Pinna

"Unione Sarda.it", 27 febbraio 2010

Lily aveva accarezzato le foto mille e una volta, seguendo i contorni del viso, la sagoma del corpo, perdendosi nello sguardo della donna amata. Aveva letto e riletto i biglietti di Felice ormai scoloriti. Era ciò che le restava della sua amata, il carteggio della passione due volte proibita, tra lei, un'ariana, e una giovane ebrea. Uno scambio prezioso di lettere, poesie e foto restituito dall'orrore dell'Olocausto e diventato il cuore di due libri diversi per struttura, Aimée & Jaguar , la storia romanzata delle due donne (dal quale è stato tratto un film premiato a Berlino nel 1999) e La breve vita dell'ebrea Felice Schrangenheim , libro-documentario, pubblicato dalla Beit di Trieste, entrambi della giornalista e scrittrice austriaca Erica Fischer. Due lavori nati in tempi differenti, ma complementari. A Cagliari per un incontro all'Odissea promosso dall'Associazione culturale italo tedesca (Acit) per la Giornata della memoria , (al Greenwich è stato proiettato il film), Erica Fischer parla della vicenda delle due donne, dell'incontro con Lily, la sopravvissuta, dell'inattesa pubblicazione del carteggio da parte di una casa editrice italiana. «L'inizio di questa storia è sempre un po' deludente», confessa. «Un giornalista americano era entrato in contatto con Lily e sperava che questo materiale avesse la stessa fortuna del Diario di Anna Frank . Non andò così». I messaggi, le foto, le rime dell'appassionata amicizia tra le due donne, vissuta in una Berlino martoriata dalla guerra, crudelmente recisa dall'orrore del campo di concentramento di Bergen-Belsen dove Felice muore, erano da qualche tempo in uno dei cassetti della Kiepenheuer&Witsch, la casa editrice per la quale la Fischer lavora. «Una sera a cena, la mia lettrice che ne aveva capito il potenziale mi dice: ho una storia per te». A lungo impegnata nel movimento di liberazione femminista (è stata tra le fondatrici della rivista Auf e della libreria Frauenzimmer di Vienna, oggi chiuse) la vicenda di Aimée e Jaguar ha per Erica Fischer una doppia valenza. «Mi riportava nel mondo del femminismo e mi dava l'occasione affrontare le radici ebree della mia esistenza. Sentivo nel cuore che ero pronta a farlo: mia madre era polacca e i miei nonni sono entrambi morti a Treblinka. Quando c'è stata l'Anschluss (l'annessione dell'Austria alla Germania nazista) i miei si sono rifugiati in Gran Bretagna dove sono nata. Tutto questo, è naturale, ha condizionato la mia vita». Nel 1991, l'incontro con Lily Wust. «A dispetto della sua voce forte udita al telefono, vista di persona Lily sembrava vecchissima. Aveva gelosamente custodito tutto ciò che era legato a Felice. Parlò della sua vita privata, degli uomini e della scoperta dell'omosessualità. Mi sorprese l'incredibile memoria, utile per una giornalista, ma accreditava un'appartenenza falsa all'antinazismo». Al contrario, Lily aveva più che simpatizzato con il regime e quando incontrò Felice era la moglie di un ufficiale nazista. Lily raccontava del suo amore, ma nonostante tutto la vicenda umana di Felice rischiava di restare in ombra. Lei non poteva più dire nulla. Ecco che grazie a «foto, lettere e poesie oggi al sicuro negli archivi del Jüdisches Museum a Berlino» prende forma Aimée & Jaguard , dove Felice è costantemente in primo piano. «Ho immaginato sia andata così, avevo simpatia per un'ebrea che sfida convenzioni e rischia la vita». Il resto è cronaca. La Berlinale, il successo del film. E una mostra itinerante in più di 60 scuole della Germania. «Nel materiale recuperato, un fatto raro per una famiglia ebrea di Berlino, c'era anche l'ultimo certificato scolastico di Felice, poi costretta a lasciare gli studi. Per i giovani era facile identificarsi con lei». Quando la storia delle due donne sembra per sempre consegnata al silenzio del museo di Libeskind, ecco che riaffiora in Italia con la pubblicazione del libro in una collana dedicata alla memoria. «Una vera sorpresa», ammette la Fischer. Oggi la scrittrice vive a Berlino con un compagno italiano. Le sue radici ebraiche sono riaffiorate in un libro che racconta della sua famiglia. Ha un titolo struggente e doloroso: Himmelstrasse , la strada del Paradiso, una via di Vienna ma anche il modo cinico con il quale i nazisti indicavano l'ultimo viaggio. «Il mio lavoro più bello».

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La vita tormentata di un eroe fragile.

di Giulia Russo

Torre e Cavallo, marzo 2010

Due campioni agli antipodi, il titolo mondiale in palio e un match che lascia con il fiato sospeso. La sfida di Carl Haffner, opera d'esordio dell'austriaco Thomas Glavinic, corre su due piani temporali, dando vita a un racconto sospeso tra la biografia e la cronaca sportiva. ambientato nella Vienna del 1910, il romanzo racconta la sfida per il titolo tra il campione Emanuel Lasker e lo sfidante Carl Haffner, noto al pubblico di appassionati per la sua strategia difensiva, cha ha affinato nel corso degli anni, tanto da trasformarla in una vera e propria arma d'attacco. Ed è proprio Haffner il protagonista della vicenda. In un equilibrato alternarsi di passato e presente, l'autore traccia un ritratto a tutto tondo del campione di scacchi, raccontandone l'infanzia difficile di ragazzo timido, la scoperta degli scacchi e i tornei che lo hanno condotto a sedersi dall'altro lato della scacchiera, di fronte a Lasker. I due piani temporali sono il cuore di questo romanzo e, mano a mano che la narrazione procede, risultano quanto mai complementari. I frequenti flash back, infatti, da un lato permettono di tracciare una mappa del passato del protagonista, mostrandone la formazione caratteriale e scacchistica, e dall'altro interrompono la vicenda del presente, creando una buona dose di suspense, capace di tenere viva l'attenzione del lettore. Le dieci partite disputate tra Haffner e Lasker, in ultima analisi, risultano solo un pretesto per raccontare la figura di uno scacchista - e un uomo - pieno di contraddizioni, fragile e allo stesso tempo eroico. Il personaggio di Carl Haffner è ispirato alla figura di Carl Schlechter, lo scacchista austriaco (realmente esistito) che nel 1910 affrontò Emanuel Lasker per sottrargli il titolo mondiale. Glavinic prende spunto da quella vicenda - nota soprattutto per la clausola voluta da Lasker secondo la quale avrebbe dovuto batterlo con due punti di vantaggio per vincere il match-non tanto e non solo per ripercorrere il brivido delle dieci partite giocate tra Vienna e Berlino, ma per raccontare lo stile, nono solo di gioco, di quello sfidante sfortunato. La scrittura asciutta, ma mai arida, di Glavinic rende poi questa trama avvincente di facile e veloce lettura.

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Polonia. Il paese che rinasce

di Carla Tonini

"Europa Orientalis", XXVIII 2009

Negli ultimi quindici anni sono uscite numerose sintesi di storia della Polonia, ognuna delle quali ha affrontato gli eventi polacchi da prospettive diverse. Nella Histoire de la Pologne (1995), Daniel Beauvois ha privilegiato gli aspetti sociali e la storia dei rapporti tra i polacchi e i diversi gruppi linguistici e religiosi con i quali questi hanno convissuto per secoli. Quello di Beauvois è soprattutto un lavoro di decostruzione dei miti più diffusi nell’immaginario polacco: da quello dell’eterna simbiosi tra nazione polacca e cattolicesimo al ruolo centrale della Polonia nella difesa della civiltà europea, all’eroismo mostrato nelle battaglie contro le potenze occupanti, alla tolleranza verso le minoranze. Questo approccio colloca l’Histoire de la Pologne all’opposto di God’s playground (2001) di Norman Davies, per il quale la storia polacca è un susseguirsi di sofferenze e di atti di eroismo, una lotta per la libertà durata molti secoli e conclusasi, nel 1989, con la riconquista della piena indipendenza. Infine, la History of Poland (2004) di Anita Prażmowska appartiene al genere, molto in voga negli ultimi anni, che concentra in poche pagine una storia di secoli allo scopo di renderla accessibile a un pubblico di non specialisti; il risultato è però un elenco di date, eventi e nomi di leader politici, in parte utili, che poco aiuta a capire cosa sia la Polonia e cosa la distingua dagli altri paesi europei.

Gli aspetti politici e istituzionali prevalgono anche in Polonia. Il paese che rinasce, soprattutto nei capitoli dedicati alle epoche medievale e moderna. Nella seconda parte (1795-2005), troviamo anche utili informazioni sulla condizione sociale degli abitanti, sullo sviluppo delle arti e della letteratura e sul mutare dei costumi. Particolarmente interessanti sono le pagine riguardanti il dibattito politico che, a partire dall’800, ha ruotato intorno alla questione della conservazione dell’identità polacca e si è svolto sia in Polonia, sia nei luoghi della diaspora, a Parigi come a Londra

Il pregio maggiore dell’opera è, a mio parere, la presa di distanza degli autori rispetto a una storiografia ‘nazionale’ che, sino a tempi recenti, ha descritto la Polonia come un paese abitato esclusivamente da polacchi. Fatto ancora più importante, Lukowski e Zawadzki non considerano nessuno dei gruppi linguistici e religiosi, che per secoli sono vissuti in Polonia, come una ‘nazione’ omogenea e omologata, con una propria identità nazionale ‘collettiva’ – stessi pensieri, stessi valori, stessa cultura, stessa lingua, stessi ricordi – distinta da tutte le altre. Cattolici di lingua polacca, tedesca o ucraina sono vissuti accanto a protestanti e ortodossi di lingua polacca e a ebrei che parlavano yiddish, russo e ruteno. Gli stessi polacchi 420 Recensioni – ai quali è dedicato lo spazio maggiore – sono presentati come un popolo molto variegato, i cui membri hanno sempre avuto opinioni diverse, e spesso contrastanti, su tutte le questioni riguardanti la politica e la società: dal ruolo del parlamento, a quello della religione e della famiglia, al modo di rapportarsi al potere. E fintantoché è esistita un’istituzione (fosse essa il re o il parlamento), nella quale è stato possibile accomodare le diversità e i conflitti, la Polonia è stata grande: così è stato nel XV e XVI secolo, negli anni Venti del Novecento e dopo il 1989. Lukowski e Zawadzki mettono bene in luce come in questi periodi i polacchi abbiano affinato l’arte del compromesso, strumento necessario al funzionamento della democrazia e alla sopravvivenza di uno stato che, sin dagli inizi, ha lottato per ritagliarsi un posto nell’Europa centro-orientale. Tutto ciò ha reso possibile alla Polonia degli anni Novanta del Novecento di divenire “uno dei paesi più stabili e dinamici dell’ex blocco sovietico” (p. 318). Dopo l’89, le rivalità e le controversie politiche sono ricomparse con la stessa violenza del passato, ma da quel passato i polacchi hanno tratto importanti lezioni: nel 1993, ad esempio, hanno corretto il sistema elettorale, eliminando dal parlamento i partiti più piccoli; in campo economico e sulla scena internazionale hanno condotto una politica coerentemente pro-europea, a prescindere dai diversi orientamenti politici dei governi. [...]

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Un ponte sul confine dell'odio.

di Diego Zandel

La Gazzetta del Mezzogioro, 7 gennaio 2009

Se non ci fosse stata la piccola editoria, frutto per lo più della passione di imprenditori amanti del buon libro e non del libro commerciale, omologato, ci perderemmo molti gioielli della letteratura. Uno di questi è la "Ragazza della Mura" dello sloveno Feri Lainšček, pubblicato dalla casa editrice Beit.
Siamo nel 1941 a Murska Sòbota, lungo il fiume Mura, al confine tra Slovenia, Ungheria e Croazia, ai margini della pianura pannonica. Gli occhi della guerra scatenata da Hitler arrivano minacciosi a turbare anche questo angolo remoto, ma inquieto perché abitato da gente di frontiera che nella guerra ripone la fiducia che possa sistemare alcune faccende: c'è chi come i Magiari guarda a Hitler come a un salvatore grazie al quale spostare il confine a loro vantaggio, mentre dall'altra parte, gli Sloveni, parte del regno di Jugoslavia attendono gli eventi, pronti a reagire in nome di una patria e di una identità che vede nei Magiari dei nemici.
In questo quadro storico, un giovane ingegnere Julian Spransky, che ha contribuito alla ideazione e costruzione di un nuovo ponte sulla Mura, vive un po' estraniato dai conflitti locali seppur infastidito dai reciproci fanatici nazionalisti e timoroso solo che per ragioni belliche il "suo" ponte venga fatto saltare. Julian è figlio di un uomo facoltoso, che gli ha lasciato una buona eredità, ma anche una terribile ferita: abbandonato dalla moglie, innamoratasi di u suo lavorante, l'ha costretta alla fuga, e forse al suicidio. Le scarpe e le vesti della donna sono state trovate in riva al fiume. Julian all'epoca aveva due anni e della madre non ha nessun ricordo, neppure visivo, fatta eccezione la figura che vede nella fotografia del matrimonio. Il padre da allora avrebbe dedicato la sua vita alla ricerca del corpo della moglie abbruttendosi in quella ostinazione e lasciando Julian alle cure di una fantesca che lo avrebbe accudito come un figlio, ma che, consapevole del ruolo di serva, avrebbe cominciato a dare del lei al ragazzo dal giorno del compimento del suo diciottesimo anno di età, continuando a servire e mascherando il suo affetto divenuto ormai materno.
Julian ha 24 anni, dal ritorno da lavoro che prevedeva la sistemazione delle sponde del fiume a rischio di inondazioni, incontra un bivacco di zingari che si divertono a ubriacare col rum un orso tenuto alla catena con il quale girano, facendo ballare l'animale, per i paesi. Ubriaco fradicio, l'orso cadrà in mezzo alle fiamme che daranno fuoco alla sua pelliccia uccidendolo. Tra il pubblico che assiste al dramma c'è una bellissima ragazza Zinaida, dallo spirito libero, figlia di esuli russi scappati dal comunismo sovietico, che Julian conosce di vista da anni. Uno scambio di battute, un'apparente disponibilità della ragazza a stare con lui, sarà l'inizio di un amore che si trasformerà in una straordinaria passione, mentre gli eventi bellici precipitano.
Osteggiati da una parte dai genitori di lei, soprattutto dal padre, fanatico religioso che minaccia di ucciderlo se sposerà la ragazza, e dalla affezionata fantesca, che vede in Zinaida il rischio di una tragedia simile a quella subita dal padre di Julian, i due decideranno di fuggire in Austria, attraversando il fiume in un punto poco controllato dalle guardie. Qualcosa però, che lasciamo alla sorpresa del lettore per la soavità della pagina e altri valori: l'inquadramento storico e l'atmosfera del tempo, l'acutezza psicologica della relazione tra Julian e Zinaida e tutti i personaggi che si alterneranno, ciascuno con la sua peculiarità e funzione all'interno di una dinamica narrativa complessiva di altissima tensione.

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Giostre, puzzle e altre storie.

di Laurence Phelan per "The Indipendent"

tradotto e pubblicato su Internazionale, 11/17 dicembre 2009

In questa raccolta di racconti della scrittrice gallese Rachel Trezise si respira un’atmosfera opprimente, fatta di violenza sessuale e di alienazione rurale. In una valle “dove la miseria ti circondava come un collare”, i bambini perdono troppo presto la loro innocenza, gli adolescenti cercano rifugio nella droga, nel sesso occasionale e nella violenza, e le donne intrappolate in sofocanti esistenze domestiche scivolano lentamente nella follia. Sono argomenti non certo inediti o nuovi, anche se lo è l’ambientazione. Ma la scrittura di Trezise è concisa, ben controllata e a tratti persino capace di colpire il lettore: l’autrice riesce quasi sempre a trovare quell’ironia amara o quel dettaglio macabro che rendono i racconti più spiazzanti che mai. Trezise, che ha poco più di trent’anni, riesce a cogliere a perfezione la ribollente energia ormonale degli adolescenti e quello che succede quando questa energia si scontra con la noia mortale della vita di provincia. Qua e là perde un po’ le redini, come quando cerca di rifare la voce di ragazzini molto più piccoli o di donne più anziane, ma per lo più gli scorci che ci ofre di queste vite degradate sono convincenti e raccontati con abilità. 

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Felice e Lilly che vissero e amarono in tempi di morte.

di Daniela Gross

Il Piccolo, 6 settembre 2009

Un tempo si sognava di viaggiare/ immaginando profondi mari blu all'ombra del palmeto/ oggi la prospettiva è ben diversa:/ non si viaggia più, semmai si emigra/ (…) Poi – ed è la fine dello scherzo,/ si tratterà di salpare su vapori di lusso per l'esilio”.

Quando scrive questi versi intitolati “I tempi cambiano” è il 16 giugno e Felice Schragenheim ha 17 anni, un passato doloroso che ha visto in rapida successione la morte della madre e del padre e un futuro inquietante.

La studentessa modello che ama i libri, i dischi e i fazzoletti di chiffon, dopo la Notte dei cristalli, è stat espulsa dal liceo perché ebrea. E mentre la morsa nazista si stringe si trova a fare i conti, tra incoscienza e ingenuità, con una girandola di prospettive di fuga. La Palestina, l' Australia, gli Stati uniti. Felice firma documenti e compila liste minuziose degli oggetti che porterà con sé. Il destino ha però altro in serbo. Quest'affascinante berlinese cosmopolita, nipote del celebre scrittore Lion Feuchtwanger, morirà a Bergen Belsen nel 1945 dop mes di lavori forzati e malattia. Ma prima di quest'epilogo drammatico vivrà un'effervescente stagione che la vedrà entrare in clandestinità e amare, con passione ricambiata Lilly Wust, madre di quattro figli e moglie di un funzionario di banca nazista.

La storia di felice, ricostruita nel '92 dalla giornalista inglese Erica Fischer nel romanzo “Aimée & Jaguar” e qualche anno dopo resa celebre dall'omonimo film di Max Faerberboeck, divenuto cult del cinema lesbico, torna ora in “ La breve vita dell'ebrea Felice Schragenheim”. A narrarla è ancora una volta Erica fischer che in quest'occasione recupera in chiave documentale la vicenda di Jaguar ed Aimée, questi i soprannomi con cui si chiamavano Felice e Lill. Il volume assembla una mole impressionante di fotografie, lettere, poesie, pagine di diario, atti burocratici, notizie pervenute all'autrice dopo la pubblicazione di “Aimée e Jaguar”. Il tutto cucito da un filo narrativo puntuale e forse a tratti troppo romanzato.

Questa massa d'informazioni dona alla storia di felice Schragenheim un tono del tutto particolare . Le immagini ritraggono l'ordinaria crescita di una fanciulla. Sono foto con la mamma, ritratti a fianco della sorella e con i compagni di scuola. A fare da controcampo testimoniando un clima sempre più drammatico, i documenti ufficiali, le liste degli oggetti di Felice, le poesie che si colorano d'angoscia. E poi arriva l'amore. Viene da sorridere davanti a certi ritratti di Lilly in abitini fiorati da massaia o in costume tirolese. Ma ci si commuove davanti all'immagine che la ritrae insieme a Felice in una calda giornata dell'agosto del 1944. É un bacio delicato colto dall'autoscatto: felice in costume da bagno nero castigatissimo, Lilly con gli immancabili occhiali da vista e una fascia tra i capelli. Sono in riva al fiume Havel dove sono arrivate in bicicletta per fare una nuotata . Al ritorno a casa troveranno la Gestapo.

Felice cerca di fuggire da una vicina di casa ma viene picchiata e portata via. Lilly non si rassegna. La ritrova, riesce a farle visita prima della deportazione, le scrive, le manda i cibi preferiti persino all'ospedale dove Felice sarà ricoverata per la scarlattina dal campo di concentramento. Poi il silenzio. Alla fine della guerra Lilly cercherà la sua Felice appendendo avvisi nelle strade , diramando appelli per radio, scrivendo a chi sa essere stato nel medesimo campo di concentramento. Ma invano. Conserverà allora come un prezioso cimelio gli scritti e le fotografie che le ricordano quell'amore. Più di 500 documenti, nel 2006 donati dal figlio al Museo ebraico di Berlino e in parte oggi nell'esposizione permanente, che raccontano come si può essere capaci di vivere e amare anche in tempi di morte.

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Giostre, puzzle e altre storie

di Elisabetta D'Erme

L'Indice dei libri del mese, 2009

Per la giovane scrittrice gallese Rachel Trezise, che nel libro d'esordio autobiografico La mia pelle sporca (Einaudi, 2004) narrava una storia di violenza domestica e di emarginazione, la scrittura è uno strumento di salvezza che possiede "qualcosa di catartico". La scrittura, dunque, è anche un mezzo per risolvere problemi personali complessi, sottolinea l'autrice di Giostre, puzzle e altre storie, undici racconti che ne confermano le qualità narrative, ma soprattutto l'autenticità e l'urgenza della scrittura. Nata nel 1978 a Cwmparc, nel Galles meridionale, Rachel Trezise, dopo un'infanzia segnata da abusi e privazioni e un'adolescenza all'insegna della promiscuità sessuale e del consumo delle droghe più svariate al seguito di gruppi rock sui quali scrive per la fanzine musicale "Smack Rapunzel", nel 2000 si laurea in giornalismo e letteratura inglese e inizia a dedicarsi seriamente alla scrittura. Il suo primo libro, tradotto in diverse lingue, le assicura un posto nella Orange Futures List, tra le ventuno promesse letterarie del XXI secolo. Nel 2007 Rachel Trezise pubblica Dial M for Merthyr, picaresco reportage del tour della rock band dei Midasuno e per il teatro la pièce Sing of a Maiden. È sposata, vive tra New York e il nativo Galles e imminente è l'uscita di un suo nuovo romanzo.

Nella raccolta di racconti ora pubblicata dalla Beit, casa editrice di Trieste, premiata con il Dylan Thomas Prize, Rachel Trezise ripercorre alcuni temi già affrontati nel romanzo d'esordio. L'ambientazione è ancora tra le rovine di quello che è stato un tempo il produttivo Galles minerario: le periferie della Rhonda Valley, i quartieri popolari, le fabbriche e le miniere chiuse da anni. Uno scenario pieno di nomi affascinanti, come Rhymney Valley, Pontypridd, Treorchy, che rimandano a una delle tante ironie del Galles dove, accanto a una lingua e a paesaggi bellissimi, tra i laghi e le montagne dai nomi magici, si nascondono sacche di disoccupazione e di miseria. Uno scenario che non è cambiato molto neanche dopo l'istituzione dell'Assemblea nazionale del Galles, ovvero della devolution, che ha comunque prodotto una rinascita della lingua, della musica e dell'identità gallese. Quella di Rachel Trezise si inserisce quindi nell'attuale vivace produzione letteraria e musicale gallese, assieme ad altri giovani autori come Tristan Hughes, Owen Sheers, John Williams e Niall Griffiths.

In questo complesso e contraddittorio contesto, si muovono i protagonisti dei racconti, poco più che adolescenti ma già segnati da esperienze che ne hanno minato la giovinezza. Ognuno di loro, a suo modo, è alla ricerca di un'identità, di un'alternativa, di una possibilità di fuga. Per alcuni questo percorso passa attraverso l'autodistruzione, per altri nelle inattese risorse dell'amicizia, del rapporto con gli altri. Storie di giovani che cercano di liberarsi dai tentacoli di famiglie disfunzionali, di matrimoni senza speranza, per reinventare un nuovo concetto di famiglia, che può manifestarsi in mille versioni e varianti diverse: nuovi microcosmi alternativi, come nel caso del racconto L'Officina. In questi frammenti di Bildungsromanen marginali, gli stupefacenti, il sesso occasionale, l'alcol sembrano infine rappresentare inevitabili stazioni di un percorso necessario: "Da giovane – ci ha dichiarato la scrittrice – pensi che, per trovare il tuo vero io, sia necessario ribellarsi ai principi che ti hanno inculcato i genitori; in seguito scopri che non sei poi così diverso da loro: in fondo siamo tutti prigionieri di quella che chiamiamo la condizione umana. È un meccanismo che si applica anche nel mondo dell'arte. Molti artisti dicono di aver frequentato l'accademia per imparare a conoscere le regole perché soltanto così avrebbero saputo come romperle. Per creare un'opera d'arte, devi prima sapere come si fa a distruggerne una".

Peculiare che – in questa ricerca di mete sicure di fuga – un approdo sia spesso rappresentato dai caffè gestiti da italiani, emigrati nel Galles negli anni cinquanta, come appare ad esempio nel bel racconto Puzzle, dove l'impatto con una cultura lontana ed esotica come quella mediterranea sembra offrire alla protagonista della storia una promessa di felicità. L'autrice racconta che in effetti: "Nel Galles c'è una grande comunità italiana. Ogni centro abitato ha uno o più caffè gestiti da italiani. Prima del loro arrivo nei piccoli centri non esistevano questi locali. Il caffè è diventato il luogo della socializzazione, un posto accogliente dove vengono servite bevande calde e qualcosa da mangiare. Erano il ritrovo dove adolescenti e giovani potevano ascoltare musica e parlare lontano dai genitori. Gli abitanti delle valli hanno sempre guardato agli italiani con affetto e gratitudine".

La dimensione epifanica di queste short stories, la sospensione del giudizio e dell'azione che le caratterizza hanno spinto diversi critici a paragonarle a Gente di Dublino di James Joyce. Nell'economia della narrazione l'autrice fa inoltre ampio uso di allusioni ai classici, come a Shakespeare, ma soprattutto alla cultura popolare, in particolare alla scena musicale locale e a quella televisiva. Infatti ci fa notare Rachel Trezise: "Quella veicolata dalla televisione è l'unico tipo di cultura che raggiunge le aree più povere del Galles. In zone come le valli minerarie ancora oggi può essere difficile trovare in edicola quotidiani a larga diffusione. La gente non guadagna a sufficienza per potersi permettere di andare a teatro o all'opera e molto spesso non ha nemmeno studiato abbastanza per poterlo desiderare. Nella Rhondda Valley (72.000 abitanti), dove vivo, ci sono un solo ristorante, due cinema e un sala concerti. Non ci sono musei o gallerie d'arte. L'arte è considerata dai più come qualcosa che riguarda altra gente, cioè la classe media". Con umiltà e determinazione, Rachel si è riscattata da un passato di sofferenza e da un'esistenza senza prospettive. I suoi ideali letterari sono al di là dell'oceano, guarda a Toni Morrison e ad Annie Proulx, e ogni giorno lavora con metodo alla sua scrivania, tenacemente, fino a quando l'ultimo fantasma non verrà esorcizzato.

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Slovenia – Storia di una giovane identità europea

di Maria Bidovec

eSamizdat, giugno 2009

Il volume dello storico tedesco Joachim Hösler (edizione originale Slowenien. Von den Anfängen bis zur Gegenwart, Regensburg 2006) viene a colmare una lacuna non solo e forse non tanto nel panorama librario di lingua tedesca, dove peraltro pochi anni prima era già uscito Slowenien di Petra Rehder (sia pure con un taglio molto più cultorologico e politico piuttosto che storico), ma soprattutto in quello italiano. Si sentiva infatti davvero la mancanza di una presentazione, necessariamente sintetica ma a tutto campo, di una nazione che, pur risalendo la sua identità a più di mille anni or sono, ha raggiunto la piena indipendenza politica appena nel 1991 e il relativo riconoscimento internazionale nel 1992, quindi in un tempo molto vicino a noi. Si tratta poi di un paese che confina con l’Italia e che ha avuto con il suo ben più grande e popoloso vicino occidentale una lunga storia di rapporti e scambi, anche se purtroppo non privi – soprattutto nel secolo appena trascorso – di conflitti e attriti in parte a tutt’oggi irrisolti.

Se il lettore friulano e quello della Venezia Giulia avranno senz’altro molto da scoprire su questo vicino che spesso in passato hanno sentito più distante di quanto fosse in realtà, una tale presentazione sarà tanto più utile e si spera anche stimolante per tutti gli altri italiani, per i quali la Slovenia continua a essere per lo più un paese poco conosciuto. E questo nonostante l’integrazione della piccola repubblica in tutte le principali organizzazioni europee, in primis l’UE, e dal gennaio del 2007 anche il più ristretto gruppo dei paesi euro. Se i fattori appena menzionati hanno senz’altro contribuito, insieme all’indubbia attrattiva turistica delle montagne e di altre bellezze naturali della Slovenia, a imprimere pian piano, nella coscienza dei suoi vicini occidentali, quei tratti che rendono questo paese un unicum nel variegato mosaico europeo, il libro di Hösler lo farà meglio comprendere come tassello irripetibile e costitutivo di quella complessa compagine che costituisce il “continente antico”.

Il volume, che si presenta in formato standard con una veste grafica gradevole, si articola in diversi capitoli, per uno spaccato cronologico che abbraccia circa 1.500 anni, dalla colonizzazione pre-slava ai giorni nostri.

Come osserva Jože Pirjevec nella sua postfazione, l’autore comprensibilmente vede le cose da un punto di vista tedesco. Se ciò da una parte offre al lettore italiano una prospettiva interessante, essendo appunto “terza”, cioè né slovena, né italiana, dall’altra si intravedono talvolta dei limiti interpretativi. Quando per esempio a p. 17 citando i medioevisti Krahwinkler e Wolfram (la cui interpretazione egli sembra condividere) Hösler scrive “Quanti allora si misero in cammino verso Roma con Alboino furono chiamati ‘longobardi’, quelli che invece rimasero nell’Alpe Adria divennero ‘ávari’ o ‚ ‘slavi’”, egli sembra tenere in scarso conto una questione fondamentale come quella della lingua, affermando a mio parere piuttosto superficialmente – come nota anche Pirjevec – che comunque si sarebbe trattato di “popolazioni eterogenee” in tutto e per tutto.

Giustamente Hösler vede nella Carantania (VII-X secolo) uno dei primi nuclei di uno stato slavo nel territorio in questione, anche se in questo – come in altri casi – egli dimostra di non conoscere a fondo la storiografia slovena, di cui anzi dà l’impressione di aver letto soltanto ciò che è stato tradotto in tedesco o in altre lingue occidentali.

L’autore tratta in modo piuttosto serio e approfondito il Medioevo sloveno (forse un po’ più di spazio avrebbe potuto essere dedicato al ruolo giocato in campo culturale dai conventi religiosi), concentrandosi soprattutto sui conti di Celje, l’ascesa degli Asburgo e il re Mattia Corvino. Di quest’ultimo, da un punto di vista culturologico sarebbe stato forse interessante accennare all’eventuale collegamento con Kralj Matjaž, in Slovenia notissimo personaggio di ballate, fiabe e canti popolari. Più che alle rivolte contadine, che vengono comunque abbastanza approfondite, Hösler dedica spazio al grande evento religioso-culturale del secolo, la riforma protestante, soffermandosi anche sulle reazioni a essa, cioè controriforma e ricattolicizzazione dei primi decenni del secolo successivo. Sia in relazione a questo che ad altri periodi storici, l’autore dimostra particolare attenzione per le questioni sociali, fornendo costantemente precisi dati statistici e demografici, che egli spiega e interpreta in modo valido e interessante.

Abbastanza seguito è l’aspetto culturale: giustamente viene sottolineato l’apporto fondamentale, attraverso i secoli, di personalità come il padre del protestantesimo sloveno Primož Trubar, il geniale e infaticabile erudito Valvasor, il monaco “risvegliatore” Pohlin, il mecenate Zois, i letterati Linhart e Vodnik, il filologo Kopitar, il poeta Prešeren e altri.

Per quanto riguarda il secolo dei lumi, naturalmente sono al centro della sua attenzione le riforme di Maria Teresa d’Austria e di suo figlio Giuseppe II. Meno obiettivo a mio parere egli si dimostra nel valutare le imprese napoleoniche in terra di Carniola, dove l’istituzione delle “province illiriche” – pur con tutti i suoi limiti – suscitò probabilmente nel popolo sloveno molte più simpatie per il condottiero francese di quanto lo stesso Hösler sia portato ad ammettere.

In modo molto dettagliato vengono esposti i tumulti e la generale irrequietezza del 1848, di cui l’autore tuttavia tende a sminuire un po’ troppo l’aspetto etnico-nazionale-linguistico a scapito di quello sociale, pure certamente molto presente. Giustamente invece egli sottolinea la forza – ancora nell’Ottocento e tanto più nei secoli precedenti – del “patriottismo provinciale”, per cui all’interno del territorio che oggi chiamiamo Slovenia gli abitanti sentivano, oltre alla generica appartenenza al mondo slavo e alla parallela fedeltà all’imperatore tedesco (o austriaco), un particolare attaccamento alla propria regione, cioè alla Carniola, Stiria o Carinzia.

Molto severo – e a mio vedere non sempre giustificatamente – è il giudizio di Hösler sulle posizioni culturali e politiche del clero e dei partiti cattolici sloveni, che tra Ottocento e Novecento produssero personaggi del calibro del vescovo (e da dieci anni beato) A.M. Slomšek, apprezzato perfino (ed è tutto dire) da parte della storiografia comunista degli anni Settanta, e dei politici J.E. Krek e A. Korošec, vero pilastro – quest’ultimo – della politica slovena e anche jugoslava negli anni Venti e Trenta del secolo appena trascorso.

In modo chiaro e approfondito l’autore tratta i drammatici eventi della prima guerra mondiale e il difficile periodo tra le due guerre, dedicando però pochissimo spazio – come nota anche Pirjevec – alla lotta (armata e culturale allo stesso tempo) degli sloveni del Litorale contro l’oppressione fascista nel corso del famigerato “ventennio”, dopo che il trattato di Rapallo del 1920 aveva lasciato entro i confini italiani ben trecentomila sloveni, cioè un quarto dell’intera popolazione, come del resto riportato anche nel libro. Alla lotta degli sloveni del Litorale, che insieme ai croati dell’Istria – anch’essi sacrificati sull’altare della ragion di stato – furono di gran lunga i primi antifascisti d’Europa, perseguitati in maniera spesso feroce, l’autore dedica appena 4-5 righe, menzionando peraltro le due principali organizzazioni di lotta clandestina, il Tigr e la Borba.

Generalmente l’autore dimostra comprensione anche per le difficoltà incontrate dagli sloveni nell’impatto traumatico con le formazioni statali che seguirono al crollo dell’Impero Austro-Ungarico: il brevissimo Stato degli sloveni, dei croati e dei serbi, seguito subito dopo (con significativa inversione) dal Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, e infine, a partire dal 1929, dalla Jugoslavia. Forse l’offensiva denominazione di Dravska banovina [Banato della Drava], inventata dal regime centralista di Belgrado appositamente per cancellare il nome della Slovenia e quindi la sua identità, sarebbe stata meglio tra virgolette.

Notevole sensibilità è dimostrata dall’autore nel trattare il delicato tema della drammatica contrapposizione tra partigiani e domobranci all’interno della terribile vicenda dell’occupazione nazi-fascista della Jugoslavia in generale e della Slovenia in particolare. Anche nel successivo capitolo relativo al dopoguerra, dal 1945 all’indipendenza, Hösler si muove con disinvoltura tra la presa di potere e il consolidamento della posizione di Josip Broz Tito, trattando con cognizione di causa le diverse questioni spinose sul tappeto, dalle epurazioni al rivoluzionamento dell’economia, ai confini da definire con Austria e Italia, alla cosiddetta “autogestione” (samoupravljanje), fino al ruolo della federazione multietnica, la Sfrj, tra i paesi non allineati. Con dovizia di particolari sono trattati gli ultimi anni della Jugoslavia, dalla morte di Tito vista come cesura ai primi passi della Slovenia verso la futura autonomia.

Molto buona anche la parte conclusiva del volume, comprendente non solo la progressiva rapida integrazione del paese – dopo la brevissima “guerra” contro l’esercito jugoslavo, la proclamazione dell’indipendenza e il riconoscimento della stessa – in tutte le istituzioni internazionali, ma anche interessanti brevi paragrafi che aiutano il lettore a conoscere meglio la Slovenia di oggi, come “Il bilancio economico”, “I rapporti con i paesi confinanti”, “Le minoranze in Slovenia”, “Gli Sloveni all’estero”, “Chiesa e cultura”, “La rielaborazione del passato”. Quasi inevitabile in questa fase molto più vicina a noi un maggior margine di soggettività nelle prese di posizione. Poco condivisibile è a mio parere l’indulgenza dell’autore nel giudicare per esempio un telefilm italiano targato Rai di qualche anno fa, Il cuore nel pozzo, che chiamare insulso e fazioso è fargli un complimento, mentre l’autore sembra quasi meravigliarsi delle fin troppo blande proteste slovene all’epoca della messa in onda. Da vero tedesco, Hösler viceversa all’occasione non risparmia nel corso del libro aspre critiche alla politica dei propri connazionali.

Per concludere, qualche osservazione più tecnica e formale. Giusta è a mio parere la decisione dell’autore di scrivere il nome storico tedesco delle località trattate (accanto a quello sloveno), almeno alla prima occorrenza, come del resto viene precisato subito all’inizio. Altrettanto corretta, per la versione italiana, la scelta di usare – quando esistente e di uso corrente – il nome italiano con le stesse modalità. Forse però si poteva segnalare anche il nome slavo per quelle località, oggi al di fuori dei confini sloveni, che rientravano (in un’epoca o nell’altra) nei confini etnici di questa nazione e/o sono particolarmente importanti nella coscienza collettiva di questo paese: si veda il caso della località di Viktring presso Klagenfurt (Celovec in sloveno), il cui convento cistercense, con i suoi 867 anni, una delle più antiche culle della cultura del paese, reca parallelamente al nome tedesco, storicamente e tutt’ora, quello sloveno di Vetrinj.

Apprezzabile è anche – ormai rara aves nel generale malcostume di trascrivere parole di varie lingue, tra cui quelle slave (con alfabeto cirillico e non solo) secondo l’ortografia inglese o con altri improbabili pasticci del genere – il corretto uso della trascrizione scientifica. Fa piacere insomma vedere una volta tanto scritto correttamente perfino il nome dell’ex presidente russo Gorbačev. Buona anche l’idea di indicare all’inizio del libro le lettere dell’alfabeto sloveno con la pronuncia di quelle che si discostano dall’uso italiano.

Non manca qualche piccola disattenzione, come il nome della città di Škofja loka scritto costantemente in modo errato come Škofija loka, o quello del letterato giansenista Japelj riportato sempre alla tedesca come Japel, nonostante l’espressa intenzione dell’editore di adottare, in caso di una pluralità di tradizioni, la grafia slovena, scelta a mio parere condivisibile. Il titolo del Saggio di una storia della Carniola di A.T. Linhart (p. 76) è citato solo in traduzione italiana, mentre sarebbe stato meglio indicare, almeno tra parentesi, anche quello originale (Versuch einer Geschichte von Krain), tanto più che alla stessa pagina è menzionata, solo in francese, la famosa commedia di Beaumarchais La folle journée ou Le Mariage de Figaro. Compare inoltre qualche errore qua e là, come la data d’uscita del primo fascicolo del giornale letterario Kranjska Čbelica (è citato il 1833 invece del 1830), e si dice che il sacerdote e predicatore protestante Primož Trubar dovette fuggire da Lubiana due volte, nel 1540 e nel 1542, mentre in realtà egli scappò nel 1540 per tornare a Lubiana nel 1542; l’ultima e più drammatica fuga del padre della riforma slovena risale invece a più di vent’anni dopo (1565). Dopo di allora il sacerdote non poté più far ritorno in patria, e infatti morì in Germania, a Derendingen, nel 1586.

Non si vede dove Hösler abbia trovato il dato che il già citato “Leonardo da Vinci sloveno”, J.V. Valvasor avrebbe parlato di Krainer e Kranjci come di due gruppi distinti (p. 63), mentre in realtà i due termini stanno invece semplicemente a indicare la denominazione degli abitanti della Carniola rispettivamente in tedesco e in sloveno. Nella cronologia alla fine del volume è poi presente un “Granducato di Carniola” al posto del corretto “Ducato di Carniola” (p. 266).

Molto utili risultano le varie cartine storiche, si sente invece la mancanza di una mappa della Slovenia attuale. Numerose e ben scelte le foto, in parte anche a colori. Estremamente valide le otto pagine della già citata cronologia. Ottima infine l’idea di riportare alla fine del libro brevi biografie di personaggi importanti per la storia del paese, cui si rimanda alla loro prima occorrenza nel corso del testo. Segue la bibliografia che rivela le carenze probabilmente linguistiche dell’autore cui si è già accennato più sopra: tra le opere citate, quelle in lingua slovena sono pochissime. Il tutto si conclude con l’indice dei nomi e quello dei luoghi.

Il volume – i cui pregi in generale sopravanzano di molto i difetti – guadagna anche dalla postfazione di Jože Pirjevec, che da “storico, sloveno e triestino” – come scrive lui stesso – in una dozzina di pagine integra e corregge qualche punto di vista dell’autore tedesco. È auspicabile che questo gradevole e interessante libro contribuisca davvero, anche in considerazione del fatto che è scritto da un autore super partes, al dialogo sloveno-italiano. A riprova della comprensione talora scarsa e difficoltosa tra queste due nazioni, lo stesso Pirjevec nelle ultime battute della sua prefazione sottolinea eloquentemente “il fatto stesso che per conoscere la storia degli sloveni, in un momento in cui le frontiere fra i due paesi vengono aperte nell’ambito dell’accordo di Schengen, sia necessario tradurre un testo dal tedesco”.

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Con “La ragazza della Mura” Lainšček
racconta i tormenti della sua terra

di Michele Obit

Novi Matajur, 21 maggio 2009

Feri Lainšček, autore di romanzi, racconti, poesie, radiodrammi e libri per ragazzi, si aggiunge alla non nutrita, ma già ben rappresentativa schiera di scrittori sloveni che il lettore italiano sta imparando a conoscere grazie al lavoro di alcune case editrici (quasi mai tra le quattro o cinque cosiddette “grandi”, ma questo non toglie nulla al loro valore) e di alcuni valenti traduttori.“La ragazza della Mura” (“Muriša” il titolo originale) è il primo libro in italiano, fresco di stampa, di Lainšček, pubblicato dalla casa editrice triestina Beit, tradotto da Martin Vidali e presentato giovedì 14 maggio negli spazi della Tržaška knjigarna a Trieste. Lainšček, classe 1959, è oggi in Slovenia uno degli autori più affermati. Viene da Murska Sobota, ai confini con l’Ungheria, e molte delle storie che racconta hanno a che fare con quei luoghi e con le genti che li popolano. Tra queste genti ci sono anche i Rom, popolo a cui Lainšček ha dedicato almeno due romanzi, “Namesto koga roža cveti” (Al posto di chi sboccia il fiore) e “Nedotakljivi” (Gli intoccabili), racconto sul mito tzigano.“La ragazza della Mura” ha come protagonisti due giovani del luogo, Julian e Zinaida, ma anche il paesaggio dove si svolge la storia e lo stesso fiume Mura, come il Danubio luogo di incontro delle genti. Il romanzo, come ha sottolineato nella sua presentazione Miran Košuta, docente di letteratura slovena all’Università di Trieste, poggia su due cardini principali: l’amore e la colpa. Quest’ultima impedisce ai due protagonisti di coronare il loro sogno d’amore. Un terribile segreto infatti si nasconde dietro al loro passato ed a quello delle rispettive famiglie, un segreto che in realtà si intuisce già a metà del racconto, senza che questo comunque tolga pathos alla vicenda. Sullo sfondo la Storia, l’imminente apocalisse della Seconda guerra mondiale, primi fragori di un destino tragico che spazzerà via cose e persone. “Sul romanzo aleggia una nebbiolina di mistero, di tragica fatalità –dice Košuta – che accomuna Lainšček alla scrittura di Jančar, ma ciò che lo contraddistingue è la coloratura originale, l’atmosfera, i caratteri, soprattutto la lingua, tutte cose che incarnano l’anima dell’oltre Mura”. Gli argini del fiume, come quelli della vita, spesso non riescono a contenere l’irruenza di sentimenti ed emozioni, e questo è quanto Lainšček racconta nelle 200 pagine di un romanzo solido e scorrevole, un’ottima prova d’autore.

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Giostre, puzzle e altre storie

di Ana Ciurans

La nota del traduttore, maggio 2009

Vedi anche l'articolo di Gioia Guerzoni

Sembrano ritratti in austero bianco e nero da Corbijn i magazzini, i cavalcavia, i binari e le fabbriche che fanno da scenario agli undici racconti, due dei quali, danno appunto il titolo a Giostre, puzzle e altre storie. Non siamo nella Manchester inverosimilmente orrenda, squallida e cupa, del pre punk dei Settanta, ma qualche chilometro più a Sudovest, a Rhondda Valley, nel Galles postindustriale, una valle dove la povertà ti circonda come un collare cervicale e rincara la dose. Un crogiolo di tutti gli aspetti negativi dell’ urbano e del rurale dove la vita, guardata da un occhio depresso, sembra ricoprirsi di un sottile strato di polvere che non viene via. Signore e signori, la provincia. Almeno quella che è stigmate, odore che non si lava via, peccato originale. L’autrice, Rachel Trezise (Cwmparc, 1978) racconta scorci di realtà attraverso i personaggi, per lo più ragazze che girano in questo libro come in una giostra. Li stringe al cuore, si sente, con la complicità di chi ha condiviso con loro uno sguardo senza futuro. E con la gratitudine, se così si può dire, di chi ce l’ha fatta. Dalle tante foto si ricompone il puzzle che rivela poi un panorama per niente tranquillizzante. Annoiati, delusi, cresciuti troppo in fretta e troppo soli, incarnano il dramma di una generazione impossibilitata a essere lieve sulla propria vita. Alle prime armi con ogni esperienza che paradossalmente sembra allo stato terminale. Le pagine di Giostre sono permeate dalla solitudine di questi cuccioli con le spalle al muro che mostrano i denti ma finiscono per mordere solo se stessi. E capaci ancora di ingenuità che fanno tenerezza. In Coney Island una ragazza, dopo essere scappata di casa, rimane nell’appartamento del tipo che la carica in macchina perché se fosse uscita la gente avrebbe di sicuro pensato che fosse una ragazzina problematica che marinava la scuola. In Mele, uno dei racconti più belli che ha dato il titolo originale al libro (Fresh Apples), un ragazzo scampato alle rotaie del treno dice Non è facile avere sedici anni, sai, e non è così facile nemmeno morire. Anche se non mancano verità acquisite dai protagonisti più navigati, la bellezza è come i soldi. Non significano niente se ce li hai e tutto se non ce li hai, barlumi di speranza Ora sapeva perché aveva portato la gravidanza fino in fondo. Perché voleva dare a suo figlio un’infanzia innocente, di giochi e felicità e protezione. Insomma salvati, dopo, dall’appartenenza alla terra, dai nonni, dalla fortuna, da una parvenza di amore, da quel che si può. Qualche volta la prosa s’incaglia, specie nei dialoghi, ma si riprende alla grande con incipit molto belli “Era il 1977 e il sole palpitava sulla Rhondda Valley. Mia madre girava per il mercato spingendo il passeggino, con il parasole di percalle che sbatteva contro i paletti delle bancarelle e le altre carrozzine”. La Tresize ha inoltre il talento particolare per gli explicit proprio di chi è abituato a lasciare molte cose alle spalle.
Bianciardi diceva che lo scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine dove i fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, in provincia li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali. Forse, tra i tanti motivi per cui si scrive, c’è anche la noia e forse chi la subisce ne farebbe volentieri a meno. Preferirebbe vivere di più e meglio e scrivere peggio e di meno. Vedere la vita che passa altrove o che t’ignora non predispone alla felicità. Nella giostra non sempre si sceglie il cavallo e il segreto sta proprio nel fare il giro completo anche su quello più brutto. E mi scuso per il cinismo. Ognuno di noi ha la sua provincia nascosta. Da qualche parte. E la tira fuori magari anni dopo, quando ce l’ha fatta e anche quando no.

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Odio post-industriale

di Renzo Crivelli

Il Sole 24 Ore, 5 aprile 2009

“Andiamo a dare fuoco a qualcosa”: così suggerisce Holly, una ragazzina che ogni tanto “mostra le tette “ agli altri del branco per non saper che fare, tanto per gioco, per tirare a campare, tra una seduta davanti alla ferrovia (novelli “trainspotters” alla Irvine Welsh) e un lancio stanco e annoiato di sassolini alle Escort che passano in strada con gli impianti stereo al massimo. Lei come Kristian, Jaime, Sarah, Matt, Rhys Davies John Davies (“la prima parte del nome viene da qualche poeta gay gallese, la seconda da suo padre, finito in prigione a Swansea per rapina a mano armata”) appartiene alla generazione post-industriale del Galles, e i suoi giovani amici sono tutti cresciuti nelle viuzze dei quartieri popolari di Pontypridd, nella Rhondda Valley situata a nord di Cardiff, nel cuore orientale del Galles del Sud.

In quella vasta area sino agli anni ottanta del XX secolo erano ancora operative molte miniere di carbone, di cui rimangono solo vestigia di archeologia industriale a ricordare una ricchezza cresciuta sul duro lavoro e sui sacrifici di migliaia di minatori (tra i vari musei specifici che vale la pena di visitare segnala il Big Pit National Coal Museum di Blaenavon). E ora, a distanza di tempo, dopo la scomparsa delle miniere, la difficile riconversione economica locale ha generato altre sacche di povertà e di disadattamento, di cui sono testimoni i protagonisti degli undici racconti di Giostre, puzzle e altre storie di Rachel Trezise, classe 1978, nata a Cwampare nella Rhondda Valley. Questi ragazzi si muovono senza sapere una sola ragione delle loro vite adolescenti, guidati dall'inconsapevolezza e dalla noia, arrivando per esempio, ad incendiare un bosco soltanto per vedere i vigili del fuoco all'opera (“siamo rimasti seduti così, lei a msticare la gomma... finchè non è arrivato un pompiere che si faceva strada tra le felci in fiamme”).

Trezise, che ha esordito nel 200 con il romanzo In and Out of the Golden Bowl (tradotto per Einaudi col titolo La mia pelle sporca), si inserisce con questa raccolta del 2005 nel filone post-industriale gallese-affiancandosi a scrittrici come Catrin Dafydd (Random Deaths and Custard) e Nia Williams (The Pier Glass e Persons Linving or Dead)- riproducendo tutti gli ingredienti d'un ambiente degradato ormai scollato dall'immagine del Galles minerario più produttivo. Un ambiente in cui il desiderio di fuga e di riscatto dei suoi personaggi, tutti giovani senza prospettive di realizzazione morale e lavorativa, finiti nelle spire dell'alcol e della droga senza riuscire mai a ricomporre il “puzzle” delle loro esistenze, si manifesta attraverso un distacco generazionale che li separa dai padri e accresce la paura del futuro (come nel racconto “Il bambino”, in cui la giovane protagonista fatica ad accettare la propria gravidanza a fronte d'un matrimonio arido e abitudinario).

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Rachel Trezise

di Fabio Donalisio

» champlibre

Blow up, Marzo 2009

Ovvero come sopravvivere alla provincia ingrata. Potrebbe essere la Granda. O la Brianza. Qui invece si tratta della Rhondda Valley, in Galles, dove Rachel Trezise è nata nel 1978 e a tutt'oggi dimora. Come ogni provincia che si rispetti è gelida da incrinare le ossa eppure torrida e appiccicosa. Senza possibilità intermedie e senza scampo. É un luogo da cui si fugge, attratti dal magnete della grande città . O in cui in qualche modo si resta . Un luogo di riti, di percorsi, di sclerotica ripetizione. É in provincia che risultano più drammaticamente nudi i vuoti dell'esistenza, meno coperti dall'anestesia del frastuono e della velocità.

E la gente, meno protetta dalla paradossale solitudine metropolitana, è costretta in qualche modo a esistere a trovarci un senso, a prendere la macchina o a mettere su un disco. A bere, a farsi, a scopare. A tentare di innamorarsi, pure. É questa terra la vera protagonista dei racconti di Rachel. Una terra popolata da migliaia di anime, ma dotata di una personalità propria e spiccata. Che rende facile l'odio, radicato l'attaccamento e impossibile l'indifferenza.

I personaggi, quasi sempre ragazzi precocemente incagliati nelle cose e nei casini della vita adulta, fanno quel che possono. Lo sguardo che narra li riprende fallire, ma anche combattere, sbagliare e farla franca. Li segue in prossimità o oltre il sesso, li vede sbaragliati dal senso. Una tristezza profonda, ma lieve pervade queste pagine. Una tristezza che viene dall'empatia, dalla comunanza nella disgrazia, dalla coscienza dell'insolvibilità dell'enigma.

La solitudine dei singoli, sempre evidenziata dal loop routinario, si risolve nella “maternità” della terra. Che crea un'apparenza e una colonna sonora. E che la musica sia parte integrante della percezione e della scrittura di Rachel è fuor di dubbio, avendo lei pubblicato tra l'altro il diario di un tour al seguito di una band post-hardcore gallese. We're ugly but we have the music, direbbe qualcuno.

Da recuperare anche il precedente “La mia pelle sporca” editato da Stile Libero qualche anno fa. Un buon inizio questo invece per la neonata Beit di Trieste, a parte il titolo un po' farraginoso che forse si poteva svolgere in modo più efficace l'originale suona Fresh apples), «Ha detto che sarebbe passato a trovarmi in settimana ». «Lo so bellezza» disse Gina. Carezzò la schiena di Ruth con la mano grassa, goffa. Non aveva mai fatto fare il ruttino a un neonato. «Ma non verrà, tesoro. È morto».

(7) Fabio Donalisio

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Thomas Glavinic

di Alessandra Luise

La sfida di Carl Haffner (traduzione di Sarina Reina)

Pulp Libri, marzo/ aprile 2009

Sommario

 

Afghani, popolo millenario

di Willem Vogelsang

Austria, cuore d'Europa

di Steven Beller

 

Turchia, porta d'Oriente

di Klaus Kreiser e Christoph K. Neumann

 

Storia perduta

di Brane Mozetič

 

Cartolina dalla fossa

di Emir Suljagić

 

La leggenda degli assicuratori

di Ambra Vidich Budinich

Bulgaria. Crocevia di culture

di Richard J. Crampton

 

Slovenia. Storia di una giovane identità europea

di Joachim Hösler

 

Croazia. Storia nazionale e vocazione europea

di Ludwig Steindorff

 

La sfida di Carl Haffner

di Thomas Glavinic

 

Giostre, puzzle e altre storie

di Rachel Trezise

 

La ragazza della Mura

di Feri Lainšček

 

La breve vita dell'ebrea Felice Schragenheim

di Erica Fischer

 

Polonia. Il paese che rinasce

di Jerzy Lukowski e Hubert Zawadzki

 

 

 

 

Di Thomas Glavinic, giovane scrittore austriaco, il lettore italiano conosce già Le invenzioni della notte, romanzo di successo definito, dallo stesso autore, “esistenziale” e, dalla critica, del brivido o di fantascienza. Ora esce nella stessa collana di narrativa di Beit, una nuova e promettente casa editrice triestina, La sfida di Carl Haffner, l'opera con cui Glavinic – campione di scacchi fin da bambino - ha esordito nel 1998 a soli 26 anni, sulla scena letteraria contemporanea di lingua tedesca.

Ispirato alla figura del grande scacchista austriaco Carl Schlechter, il libro ripercorre la vita del fragile e mite Carl Haffner, straordinario talento del Circolo Scacchistico di Vienna, puntando i riflettori sull'attesissima sfida che, in una gara di dieci emozionanti partite da disputarsi tra Vienna e Berlino, vede il giovane giocatore austriaco battersi contro il campione tedesco Emanuel Lasker, detentore del titolo mondiale da sedici anni .

Due maestri di eccezionale levatura, ma diametralmente opposti nella strategia di gioco e nella personale vicenda umana: Haffner, schivo, e timido, sempre arroccato nella sua difesa, Lasker, altezzoso e calcolatore, sempre teso all'attacco, l'uno di umile estrazione, semplice e leale oltremodo, l'altro intellettuale, erudito e filosofo. Dunque a fronteggiarsi sono “due correnti stilistiche, due sistemi”.

Tuttavia “la verità si svela nel gioco dei maestri, poiché sulla scacchiera nulla si può nascondere: sulla scacchiera l'uomo è nudo”, sostiene del resto il campione del mondo in carica elevando l'arte degli scacchi a una metafora della vita e della sua natura solitaria. Sullo sfondo, oltre alla ricostruzione della storia familiare del protagonista, gli echi del primo conflitto mondiale, della grave crisi economica e di uno strisciante antisemitismo in una Vienna “decadente” e cosmopolita di inizio Novecento, alla definitiva caduta dell'impero danubiano.

La trama ben costruita, a tratti incalzante, sostenuta da una scrittura nitida ed equilibrata, elegantemente resa in italiano da Sarina Reina, fascinerà sia gli appassionati del geniale quanto insondabile universo degli scacchi, sia gli amanti delle suggestive e crepuscolari atmosfere mitteleuropee.

Straniamento nel Galles post-minerario: giovani vite senza sorprese né futuro

di Anna Davini

sezione: cultura e spettacolo

Messagero Veneto, 20 Gennaio 2009

 
 
 
 

Giostre, puzzle e altre storie di Rachel Trezise Beit, 160 pagine – 12,00 euro Jacqueline si guarda allo specchio: nonostante non sia più una ragazzina, è ancora bella, la pelle luminosa, il vitino di vespa. E soprattutto è finalmente libera: la sentenza di divorzio è arrivata, oggi è l’inizio della sua nuova, dolce vita. Al di là delle montagne Gemma stappa un’altra birra e sogna. Non è una qualunque, pensa orgogliosa: è la figlia di Tom Jones, la rockstar . Sua madre usciva con lui quando non era ancora una celebrità.

Questo succedeva molti anni prima, molti anni prima che Gemma nascesse in realtà, ma che importa? Quello che conta è immaginare che là, a portata di mano, la vita potrebbe essere più facile, o soltanto meno sporca, meno dolorosa. Potrebbe essere di nuovo quella «gloriosa, infinita serie di opportunità che aspettava solo di essere esplorata», pensa Amber mentre, stanca, gioca ancora una volta alla seduttrice. Jacqueline, Gemma, Amber non hanno molto in comune. Ad avvicinarle, almeno per la durata di qualche pagina, è la totale incapacità di identificarsi con la propria esistenza.

Come gli altri protagonisti dei racconti di Giostre, puzzle e altre storie di Rachel Trezise – già nota in Italia per lo scioccante romanzo La mia pelle sporca – queste giovani donne sembrano immortalate mentre si dibattono convulsamente contro la soffocante fissità del reale: si rivoltano a un tempo senza sorprese, avaro di promesse e di ricordi, si ribellano alle ripetute mortificazioni di una realtà che nega loro la possibilità stessa di cambiarla. Le armi che usano sono le poche disponibili: le droghe, l’alcol, la violenza, il sogno. Lo sfondo di questa lotta sono le periferie di Cardiff, i quartieri popolari di Pontypridd, le estati torride della Rhymney Valley: quelle province minerarie del Galles meridionale un tempo produttive, dove oggi restano solo fabbriche e miniere chiuse, miseria e disoccupazione.

Ad acuire lo straniamento, l’alienazione di questo scenario post-industriale, sono i luoghi in cui le vicende prendono corpo: locali, luna-park, supermercati, i vagoni affollati di una metropolitana. Luoghi pubblici e impersonali su cui la rivolta di questi giovani spicca come un’affermazione, esasperata e inconsapevole, di individualità. Privati del proprio valore personale, del diritto a un’irripetibile unicità, della possibilità di sottrarsi al tragico destino collettivo, i protagonisti dichiarano guerra a una realtà così sfigurata dalla miseria umana e materiale da mistificare l’intenzione più innocente, da trasformare i rapporti umani in atti di prevaricazione: da travolgere e stravolgere ogni azione.

Eppure, mentre sembrano affrettarsi a un doloroso fallimento, si aprono per questi giovani alcune inaspettate opportunità di riscatto: un contatto intimo, reale, con uno sconosciuto, un gesto di compassione, una dimostrazione di solidarietà. Opportunità rare, che risplendono preziose nel fumo di un locale o sotto il neon di un vagone ferroviario. E che risplendono, luminose e piene di significato, nella scrittura cruda dell’autrice, spietata e al tempo stesso carica di un sentimento profondo di appartenenza ai luoghi e alle vicende che racconta.

L'Unità, 11 gennaio

Strip Book

Marco Petrella

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Se un pomeriggio d'inverno un giocatore affronta l'esistenza alla scacchiera

di Anna Davini

Messaggero Veneto, 13 gennaio

Vienna, 1910. La città è percorsa da una strana eccitazione, un senso di febbricitante attesa. Nel gelo di un tardo pomeriggio invernale una folla eterogenea, rumorosa ed eccitata è assiepata di fronte al Circolo scacchistico: il viennese Carl Haffner sta per disputare il titolo mondiale a Emanuel Lasker, in carica ormai da sedici anni. I curiosi accorsi non sono, per la maggior parte, degli appassionati di scacchi, molti saprebbero a malapena muovere i pezzi sulla scacchiera. “Ciò che contava era la competizione, la vittoria o la sconfitta, l’emozione e… una risposta. Poco importava quali fossero le armi della sfida. Una volta tanto avevano la possibilità di osservare senza correre rischi, cosa che, lo volessero o no, non potevano fare nella vita quotidiana”.

È esattamente ciò che vorrebbe anche il protagonista di La sfida di Carl Haffner (Beit, 192 pp., 14 euro), romanzo d’esordio di Thomas Glavinic: osservare senza correre rischi. Vivere senza correre rischi. Fragile, schivo, Carl sembra considerare la vita, nella sua immediatezza, un’esperienza troppo forte, scioccante. E i rapporti umani in primo luogo. Quel necessario scambio che fonda le relazioni con gli altri, persino la solidarietà di cui si nutrono i legami più stretti, rappresentano per lui un peso insopportabile. Carl non è capace di accettare alcun dono, alcuna dimostrazione di affetto o di stima; non sa prendere neanche quanto gli è a tutti gli effetti dovuto; e piuttosto che cedere a quest’angosciante ossessione, impone al suo corpo durissime privazioni fino a minare la sua stessa salute.

Alle continue aggressioni che il mondo muove alla sua fragilità, Carl non fa che innalzare nuove difese. Gli scacchi sono la prima di queste. Quando il suo rapporto con la realtà si gioca nelle sessantaquattro caselle di una scacchiera, su cui l’imprevedibile complessità dell’universo umano è risolta in una serie razionalmente prevedibile di mosse, Carl sembra trovare il proprio equilibrio. Eppure anche in questo caso, si limita alla difesa: non gioca per vincere, gioca soltanto, anche se con assoluta determinazione, per non soccombere.

La testarda passività di Carl, il suo continuo negarsi è ciò che incuriosisce un altro dei personaggi centrali del romanzo Anna Feiertanz, attirata al mondo degli scacchi proprio dalla curiosità per il giovane campione viennese. Vitale, intraprendente, Anna – che con la sua stupita meraviglia e la sua concretezza mette in risalto gli aspetti più ossessivi e morbosi dell’astrazione razionale – cercherà di capire chi è realmente Carl Haffner e di comprendere l’universo, per lei totalmente sconosciuto, degli scacchi. Fallirà entrambi gli obiettivi: quel gioco, che le sembra tanto distante dalla realtà, resterà per lei, così legata alla vita, un completo mistero.

Nel suo romanzo Glavinic intreccia storia e finzione letteraria per raccontare il torneo di scacchi realmente disputato fra il notissimo campione Emanuel Lasker e Carl Schlechter (a cui è ispirato il personaggio immaginario di Carl Haffner), dando vita a un universo articolato di personaggi e di atmosfere viennesi della finis Austriae.


La Croazia molteplice

di Matteo Tacconi

Resetdoc.org, 22 dicembre 2008

Ludwig Steindorff, Croazia. Storia nazionale e vocazione europea, Beit casa editrice, Trieste 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 

La sagoma allungata, a forma di arco, è la cifra della Croazia. La dice lunga sulla storia di una nazione segnata dal concetto della frontiera, come mette in luce il ricercatore universitario Egidio Ivetic, a cui viene affidata la postfazione di Croazia, storia nazionale e vocazione europea, scritto dalla storico tedesco Ludwig Steindorff. Si tratta, dopo Slovenia, storia di una giovane identità europea, del secondo volume della collana, edita da Beit, dedicata alla storia dei paesi dell’Europa centro-orientale.

La Croazia, una terra di confine. Sono morti imperi e dalle loro rovine sono sorti nuovi stati nazionali. Epoca dopo epoca la storia ha preso una piega diversa, ma il paese è rimasto piazzato lì, nella porzione superiore dei Balcani, a separare una cultura da un’altra, a scandire il limite tra tradizioni, regioni e culture di segno differente. Un tempo tra gli Asburgo e l’impero ottomano, oggi tra l’Unione europea che già è e quella, i Balcani occidentali, che presto o tardi sarà. “Mai Oriente, ma neanche pienamente Occidente", “una periferia equidistante tra Est e Ovest", sentenziava brillantemente Miroslav Krleza, il più famoso intellettuale croato. Fuori il diverso. Dentro pure. Anche per la Croazia è sempre valsa la regola che, salvo poche eccezioni, connota ogni marca di frontiera: il meticciato. Italiani, tedeschi, serbi, ungheresi e, ovviamente, croati. Cattolici, protestanti e ortodossi. Culture molteplici disseminate sul territorio nazionale. Retaggi di incursioni veneziane, bizantine, ottomane.

Il libro di Steindorff, un buon libro, documentato e ricco di episodi, ripercorre il tragitto della Croazia tracciandone una biografia storica illuminata dal tema ricorrente dell’identità di confine, dello stare sul crinale, dell’amalgama tra popolazioni diverse. Dal volume arriva anche una lezione storiografica importante, che scardina le tesi, costruite dagli storici locali negli ultimi anni, intese a vedere nel rapporto tra la maggioranza croata e le altre popolazioni una dinamica di “separazione", dell’uno contro l’altro. è frutto, tale interpretazione, della recente storia di Zagabria, dell’impulso a costruire una cultura nuova voluto da Franjo Tudjman, il primo presidente della Croazia indipendente, il cui pensiero “croatocentrico" così tanto ha inciso nell’elaborazione dell’identità nazionale, tirando una linea netta tra la Croazia e la Serbia, anche a livello di vocabolario. Durante l’epoca di Tudjman, infatti, alcuni linguisti di regime lavorarono sodo per differenziare la lingua croata da quella serba, inventando parole nuove e cercando di rendere l’idioma serbo-croato meno spurio e più croato.

Sarà difficile, comunque, che una tale parentesi incida sul corso della storia, deviandolo e portando a dimenticare che l’identità del paese si è costruita sulla frontiera e sul melting pot, tra l’Europa e quei Balcani che Europa sono, ma anche no. è questa la grande dote che Zagabria, prossima a entrare nella Nato e sicuramente in pole position nel panorama post-jugoslavo, per quanto concerne l’entrata nell’Ue, porterà all’Occidente nel momento in cui dell’Occidente diverrà definitivamente parte, al termine di un cammino lungo diversi secoli. Ma questa è una dote non solo croata. Appartiene bensì a tutti i Balcani, delle terrae incognite, per usare la definizione dello storico croato Ivo Banac, la cui peculiarità, il meticciato, appunto, è troppo spesso percepito come un limite, piuttosto che come una risorsa.


Slovenia, storia di una giovane europea


recensione di Matteo Tacconi

Resetdoc.org, 12 giugno 2008

La Slovenia inizia a prendersi sul serio nel 1848, anno zero della lunga marcia verso l’indipendenza, che l’accademico tedesco Joachim Hösler racconta, passo dopo passo, in Slovenia, storia di una giovane identità europea (304 pp., 20 euro, Beit Casa editrice, Trieste 2008), un ottimo strumento per capire e conoscere meglio i cardini, le peculiarità e le caratteristiche di un paese che confina con l’Italia. Ma che dagli italiani è ignorato.

È una storia, quella slovena, tipica delle marche di frontiera. Dei crocevia tra varie culture, dei cuscinetti messi lì, tra un impero e un altro. Tagliati fuori dai processi di formazione degli stati-nazione in Europa, alla mercè delle potenze del vecchio continente, soffocati dalla “legge del più forte”. Schiacciati dalla politica delle armi, ma ostinati a utilizzare fino in fondo l’arma della politica. Con pazienza, perseveranza. Un passo dietro l’altro, senza mai affrettare eccessivamentel’incedere. La Slovenia inizia a prendersi sul serio nel 1848. Fu in quell’anno che il paese alpino, sulla scia dei fermenti liberali che si diffusero a macchia d’olio su tutto il continente e scoperchiarono la pentola dei sentimenti nazionali, incominciò a plasmare un proprio idem sentire della patria.

Si costituì, grazie al dinamismo delle elite intellettuali, laiche e cattoliche, il Movimento nazionale sloveno. Il quale, sebbene fedele alla corona d’Austria, rappresentò il primo fruttuoso tentativo di formulare un “decalogo” dell’identità nazionale slovena e l’anno zero della lunga marcia verso l’indipendenza, che l’accademico tedesco Joachim Hösler racconta, passo dopo passo, personaggio dopo personaggio e fatto dopo fatto, in Slovenia, storia di una giovane identità europea (304 pp., 20 euro, Beit Casa editrice, Trieste 2008). Il libro è scorrevole, puntiglioso e ben articolato. Forse, come spiega Joze Pirjevec, storico sloveno di Trieste, autore della postfazione all’opera di Hösler, leggermente condizionato da una lente tedesca. Beninteso, non significa che l’autore “germanizzi” la storia della repubblica alpina. È solo, nient’altro che questo, una questione che caratterizza un po’ tutti coloro che studiano i Balcani dall’esterno e che a volte glissano, involontariamente, su certe dinamiche e certi umori classici della regione.

Ma, detto questo, c’è da sottolineare e ribadire che quello edito da Beit è davvero un buon libro. Si parte da molto lontano, dall’arrivo degli slavi nei Balcani. Si prosegue con le epoche carolingia e post-carolingia, si descrive la cristianizzazione della regione, rimasta legata all’area cattolica, si arriva fino all’avvento degli Asburgo, alla creazione delle province di Stiria, Carinzia e Carniola, i tre territori della corona in cui gli sloveni erano “disseminati”. La storia della Slovenia durante il lungo periodo asburgico (iniziato nel XIII secolo) è una storia di incroci linguistici e culturali con le popolazioni che componevano, in quell’area alpino-litoranea, il grande impero austriaco. I rapporti con gli italiani, i croati e la popolazione di lingua tedesca si intersecano con le dinamiche tra centro e periferia e danno un quadro preciso e veritiero della storia della corona asburgica, di quella porzione di Europa dove popoli e fedi, culture e miti, convissero più o meno per lunghi secoli, fino a quando il grande contenitore di genti iniziò a sfasciarsi, complici gli anacronismi del centralismo viennese e i guizzi patriottici delle periferie.

La Grande Guerra cambierà tutto. Decreterà la morte del vecchio e malato impero, la nascita di nuovi stati nell’est e il battesimo della prima Jugoslavia, in cui sloveni, croati e serbi si associarono in nome del panslavismo e della rupture definitiva con la storia e i retaggi dei due grandi imperi che si erano contesi i Balcani: quello austriaco nella fascia settentrionale dell’oltreadriatico e quello turco in quella meridionale. Verrà poi, finita la guerra del ’14-’18, la seconda Jugoslavia, quella socialista. Infine, terminerà rovinosamente anche quell’esperienza. Solo allora la Slovenia diventerà uno stato indipendente, dotato di tutti i crismi delle nazioni sovrane. Non più marca difrontiera, né provincia asburgica, né stato federale della Jugoslavia. Slovenia e basta. Il resto è cosa dei nostri giorni: l’ingresso nell’Unione europea e quello nella Nato, quasi simultanei. Il “modello” sloveno, come esperienza di crescita economica e progresso civile, un processo di nation building di grande successo, capace di rappresentare un caso di scuola.

Slovenia, storia di una giovane identità europea è anche un ottimo strumento per capire e conoscere meglio i cardini, le peculiarità e le caratteristiche di un paese che confina con l’Italia. Ma che dagli italiani è ignorato, complice, in buona misura, la colpevole disattenzione delle istituzioni e la tendenza a rifuggire dalla necessità di ridefinire la storia della nostra frontiera orientale, di capire le ragioni degli altri (gli sloveni) e le recriminazioni sugli spostamenti di frontiera e popolazioni. E il fatto che l’italiana Beit si affidi a uno storico tedesco per diffondere un libro sulla Slovenia e un’azienda editrice slovena traduca un libro sulla storia italiana scritto da un esperto francese indica, come sottolineato dal Piccolo di Trieste nella recensione al volume della Beit, che fino a quando ci saranno “mediazioni” esterne sulla storia i conti, i dissapori e i contenziosi culturali e storici tra Roma e Lubiana non verranno regolati. Ed è un peccato. Il libro di Hösler è comunque un bel passo in avanti, oltre che un’iniziativa coraggiosa di una casa editrice nuova di zecca che punta a farci conoscere, attraverso una serie dedicata alla storia dei paesi dell’est – dopo la Slovenia verranno l’Ucraina, la Polonia altri – quella parte dell’Europa dalla quale siamo stati allontanati da quarant’anni di comunismo, ma anche dalla nostra pigrizia. Dalla mancata curiosità di conoscere i nostri nuovi “vicini”, amalgamatasi rapidamente in Europa, ma altrettanto rapidamente dimenticati.


Slovenia, nazione in cerca della modernità

 Joachim Hösler, Slovenia. Storia di una giovane identità europea, Beit casa editrice, Trieste 2008



recensione di Marta Verginella

 "Il Piccolo", 16 marzo 2008

La gran parte dei movimenti nazionali che si erano costituiti tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento nell’Europa centrale ed orientale avevano realizzato il proprio programma nazionale soltanto dopo la dissoluzione dell’Impero asburgico e di quello ottomano. L’ottenimento della sovranità politica con la formazione di uno Stato nazionale indipendente completava quel processo di etnicizzazione, iniziato con la creazione della lingua “nazionale" e l’impegno delle élite intellettuali a favore di una memoria collettiva del proprio passato nazionale, poi proseguito con lo sviluppo dell’associazionismo borghese di tipo nazionale e una nazionalizzazione sempre più intensa dell’intera società. La nazione strutturatasi come “una comunità politica immaginata", per usare un’espressione coniata da Benedict Anderson e oramai entrata nel lessico storiografico, cambiò profondamente la gerarchia dei valori e impose anche nelle società caratterizzate da un multilinguismo diffuso il primato dell’identità nazionale.

Nel caso sloveno, all’interesse per la creazione di una lingua nazionale e il forte impegno investito per l’ottenimento della sua uniformità, si affiancò nel clima rivoluzionario del ’48 austriaco un nazionalismo di stampo risorgimentale, sostenuto dalle cerchie intellettuali slovene, attive soprattutto a Graz e a Vienna. Negli anni del neoassolutismo il progetto della Slovenia unita, ovvero l’unione di tutti gli sloveni in un’unica entità amministrativa, fu accantonato. I promotori del movimento nazionale sloveno ripiegarono su attività culturali, allora politicamente meno insidiose, e continuarono la propria battaglia per l’affermazione della lingua slovena negli uffici e nelle scuole. Soltanto dopo la fase di forte competizione nazionale che culminò nel periodo antecedente allo scoppio della prima guerra mondiale il progetto secessionista fu ripreso. Il consenso ottenuto dalla dichiarazione di maggio, firmata nel 1917 da oltre 250.000 persone, fu la miglior riprova della frattura consumatasi tra la rappresentanza politica slovena e il governo di Vienna. La secessione e la costituzione dello Stato degli sloveni, dei croati e dei serbi (poi divenuto Regno SHS) furono intese da tutti i partiti sloveni come una scelta obbligata che lasciò però fuori dalla compagine jugoslava gli sloveni della  Carinzia, entrati a far parte dell’Austria, e quelli inclusi con il Trattato di Rapallo nel Regno d’Italia.

Queste principali fasi della nation building slovena sono al centro della ricostruzione storica di Joachim Hösler, autore di Slowenien.Von den Anfängen bis zur Gegenwart, ora disponibile nella traduzione italiana di Piero Budinich e pubblicata dalla casa editrice Beit con il titolo Slovenia. Storia di una giovane identità europea. L’autore, libero docente all’Università di Marburg, riassume a grandi linee i principali eventi storici succedutesi dall’antichità ai giorni nostri sul territorio incluso negli attuali confini della Slovenia. In particolare, si sofferma sulle caratteristiche dell’insediamento slavo, delinea i tratti principali dello stato della Carantania, spiega le modalità con cui si erano realizzate la cristianizzazione, la riforma protestante e la controriforma. La sua principale attenzione è pero rivolta al recente passato, ai tempi e ai modi, in cui si erano ridotti da una parte gli spazi per le identità multiple in Carniola e in Stiria, dall’altra ampliati quelli favorevoli a un sentimento nazionale sempre più unificante ed esclusivo. Ad interessarlo sono inoltre le cause che modificarono il sostegno sloveno all’unione con gli altri popoli jugoslavi in una forte avversione verso la compagine jugoslava.

Nella biografia della nazione slovena proposta da Hösler la modernizzazione slovena viene indagata nelle sue principali scansioni cronologiche e nelle sue generali articolazioni politiche, culturali, sociali ed economiche. Il processo modernizzatore,  avviatosi nella compagine asburgica, proseguito a rilento nel contesto dello stato jugoslavo tra le due guerre, conobbe fasi di accelerazione nel secondo dopoguerra. L’economia slovena mutò radicalmente nel contesto della Jugoslavia socialista, da quasi esclusivamente agraria si trasformò in spiccatamente industriale. L’alto tasso di scolarizzazione, una maggiore propensione per l’economia di mercato e l’iniziativa privata, accompagnate da una forte paura di vedere diminuito il reddito reale pro capite oltre al timore per gli effetti del crescente indebitamento jugoslavo con l’estero furono alla base della prima grande frattura apertasi tra Lubiana e Belgrado negli anni 1971-1975. I fattori economici, la crescita limitata del reddito privato, una produttività economica stagnante, il mancato rinnovamento del settore agrario, contribuirono a far maturare nella società slovena dapprima la richiesta di una più marcata decentralizzazione del sistema politico jugoslavo, in seguito anche ad allargare i varchi per una chiara scelta secessionista.

Hösler individua nel “socialismo autogestito federalista" il punto debole “sui cui avrebbero potuto far leva le spinte centrifughe dei vari nazionalismi alimentati dalle élite delle singoli repubbliche", ma evidenzia anche come dopo la morte dei principali protagonisti della politica jugoslava del secondo dopoguerra (Tito, Kardelj) iniziò il progressivo allontanamento della dirigenza politica slovena da Belgrado. Nel contempo le richieste per una maggiore democratizzazione della vita politica, sostenute dalle cerchie intellettuali e dagli ambienti giovanili, come ad esempio il movimento punk, trovarono sempre più largo appoggio nella società civile slovena. Il sostegno offerto alla fine degli anni Ottanta dai dirigenti comunisti al progetto di pluralismo politico viene letto dall’autore come “un elemento decisivo per il successivo corso degli eventi che portò alla proclamazione dell’indipendenza del paese secondo il diritto internazionale". Dopo le prime libere elezioni nel 1990 e il proclama dell’indipendenza, il 25 giugno 1991, la Slovenia si ritrovò nella cerchia dei “paesi in transizione". Il raggiungimento degli standard stabiliti delle democrazie occidentali fu comprovato dalla sua adesione alla Nato e dall’ingresso nell’Unione europea.

Tra i pregi della ricostruzione storica di Joachim Hösler vanno senz’altro evidenziati la scorrevolezza, la chiarezza e l’inclusione nella narrazione di eventi di portata minore ma significativi per capire nella sua complessità il passato storico sloveno. La tavola cronologica e i profili biografici delle principali personalità politiche ed intellettuali slovene sono un valido aiuto per il lettore che potrà più facilmente cogliere l’apporto individuale nelle varie fasi storiche. La postfazione di Jože Pirjevec propone invece una lettura critica dello studio, mettendo in evidenza soprattutto le sue manchevolezze riguardo agli eventi succedutesi prima nel contesto del Litorale austriaco e in seguito in quello della Venezia Giulia. La prospettiva offerta dall’autore, osserva Pirjevec, risente soprattutto nella valutazione di periodi più antichi, come quello medioevale e moderno, del mancato riscontro con gli apporti più innovativi della storiografia slovena, e si basa quasi esclusivamente su opere storiografiche edite in lingua tedesca.

Su queste caratteristiche di uno sguardo storiografico tedesco sul passato sloveno vale la pena riflettere, nondimeno va preso in considerazione il fatto che il lettore italiano potrà accedere a una migliore conoscenza del passato sloveno attraverso la mediazione di uno storico tedesco, mentre a breve la casa editrice lubianese Slovenska matica proporrà al pubblico sloveno una storia d’Italia, scritta da un autore francese, Pierre Milza. In questa stagione di maggiore curiosità per la storia reciproca sembra che così in Italia come in Slovenia ci sia ancora bisogno di sguardi mediati da terzi.


Raccolti in volume i racconti della "Leggenda degli assicuratori"

Parte dagli inediti di Ambra Vidich la casa editrice triestina Beit

recensione di Alessandro Mezzena Lona

Il Piccolo, martedì 24 Aprile 2007

Quelle carte stavano lì, sul suo tavolo da lavoro. Un po' dimenticate. Celavano quattro racconti a cui Ambra Vidich Budinich aveva lavorato per quasi tre anni, tra il 1999 e il 2001. Storie nate sulla scia di "Una stella chiamata Assenzio", il folgorante, ossessivo romanzo iniziatico pubblicato da Vanni Scheiwiller nel 1996 con un piccolo saggio introduttivo di Claudio Magris.

Quattro racconti di raffinata bellezza. Taglienti come diamanti grezzi, profondi come l'abisso che si spalanca all'improvviso davanti ai piedi incerti del viandante smarrito. Storie, insomma, che aspettavano un editore capace di amarle. Che fosse pronto a scommettere sul loro fascino limpido e tenebroso al tempo stesso. Che raccogliesse in volume l'ultima opera della scrittrice nata a Trieste nel 1922, e morta nel 2005.

I quattro racconti di Ambra Vidich Budinich, raccolti sotto il suggestivo titolo "La leggenda degli Assicuratori" (pagg. 155, euro 15), finalmente sono diventati il punto di partenza di una casa editrice. Che prende forma proprio con questo sobrio, ma prezioso volume. Si chiama Beit e deriva il suo nome dalla seconda lettera dell'alfabeto ebraico, che significa anche "casa". Una realtà per il momento piccola, che vuole valorizzare gli aspetti più interessanti della cultura di frontiera, senza però negarsi spunti di riflessione di respiro europeo.

Ecco, il libro di Ambra Vidich, riassume in sé le inquietudini della cultura di frontiera. Ma anche il respiro largo della Mitteleuropa. E di quell'Europa che ha saputo scavare negli interstizi della penombra, nelle lande inesplorate dell'angoscia esistenziale, con le storie di Gérard de Nerval e di Bruno Schulz, di Franz Kafka e di Tommaso Landolfi. E che si è nutrita delle opere fantastiche, visionarie di Giovanni Battista Piranesi, di Maurits Cornelis Escher.

Come già "Una stella chiamata Assenzio", anche i racconti della "Leggenda degli Assicuratori" nascono in un quel territorio evanescente che sta al confine tra il sogno e la veglia, tra il delirio e lo stato di coscienza, tra la luce e le tenebre. Ad aprire il volume è proprio la storia che dà il titolo a tutta la raccolta. E che muove i suoi primi passi da una parola chiave: incubo. "Nel mio incubo sto precipitando senza fine nel vuoto: per quanto la cosa mi appaia irreale, non riesco a veder terra da nessuna parte" È la voce di un sopravvissuto quella che tesse il filo della narrazione. Di uno che è passato attraverso il tunnel dell'orrore, dopo aver conosciuto i tempi felici della Città Vecchia. Dove una sorta di casta illuminata, quella degli Assicuratori, regolava lo sviluppo armonioso della comunità.

Fino a quando, tutto attorno, ha iniziato a prendere forma Babele. Orgoglio e dannazione della Città Vecchia. Una sorta di entità in continua evoluzione che con le sue mille torri sfavillanti riesce a oscurare perfino il cielo. A trasformare in una gran volta grigia quello che, un tempo, era un limpidissimo specchio azzurro. Da lì, dalla tentacolare forma di agglomerato urbano, piano piano arriva la minaccia mortale per gli Assicuratori. L'ordine di distruggere il Palazzo delle Assicurazioni Marittime, ben in vista sul promontorio della Città Vecchia, eliminando insieme ai vecchi anche tutti i giovani discepoli. Ma la raffinatezza del Male si spinge ben più in là: perché Babele tenta di convincere i cittadini che a architettare la strage sia stata la Regina Morta. Una figura uscita dalla leggenda. Arricchita, si sussurra, dall'uxoricidio praticato come regola di vita.

"Nei momenti di crisi profonda" - scrive Ambra Vidich nell'incipit del secondo racconto, "Madame Béjart e il collage della Settimana di Bontà" - "solo il mito ci può offrire il rifugio consolatorio delle sue immemoriali acque materne, delle sue trasfigurazioni, dei suoi sacri misteri notturni, e solo riportato all'esemplarità del mito l'uomo può ritrovare la sua dignità primitiva di essere significante; inversamente, senza una tradizione che lo sostenga, egli si smarrisce nella propria pochezza, vagola nell'aria in balìa di correnti contrarie che turbinando lo sbattono di qua e di là come una foglia morta, finisce col non credere più né a se stesso né alle proprie radici, le sillabe del suo stesso nome gli appaiono come un accostamento casuale di suoni insensati che ormai è incerto in quale ordine disporre e perfino a chi attribuire."

Parole che fanno un po' da filo conduttore a tutte e quattro le storie del libro. Madame Béjart è la moglie annoiata di un diplomatico di rango che finisce per immedesimarsi in un collage della "Settimana di Bontà" di Ernst. Dove scorge una maestosa figura di donna librarsi nell'aria da una breve scala in parte diroccata. Il libro con quell'immagine, per noncuranza del marito, viene posto in una saletta d'attesa del consolato e sparisce in mani ignote. Facendo la stessa fine del suo immenso amore per il giovane J., che dopo un po' le propone di sospendere i loro incontri per prudenza. "Per il bene di entrambi".

Non potrà sopravvivere a quella perdita, Madame Béjart. E finirà come la donna del collage, spiccando "il suo balzo di sgraziata e pesante farfalla notturna dall?alto d?un terrazzo fiorito e lussureggiante di verde". Vittima dell'assenza, come i due anziani amici del racconto "Plenilunio" che concludono una vita di convivenza, di condivisione di mille piccole cose, insultandosi, picchiandosi finché le forze non li abbandonano.

E il viaggio nella notte dell'essere prosegue con quel luminoso gioiello che è "Ultima lettera della sorella Jane a Lord B... detto il Vecchio". Un racconto che riporta alla memoria certe atmosfere di "Racconto d'autunno" di Tommaso Landolfi. Una lunga confessione a cuore aperto di una sorella, invecchiata e delusa, che rievoca il progressivo innamorarsi di lei e del fratello, chiusi in un mondo asfittico e pieno di pregiudizi, come contenesse in sé non l'ombra dell'incesto, ma la più limpida e gioiosa confessione d'appartenenza di una donna a un uomo.

"Ben lontana dalla routine delle cronache letterarie e dalla smania di produrre e pubblicare che immiserisce tanti scrittori" ha detto Claudio Magris, Ambra Vidich Budinich "diventa, sotto gli occhi del lettore, un pozzo inesauribile di sorprese. Perché ricama una scrittura che è musicale e densa, aggrovigliata e perturbante. Perché si insinua nella mente, sussurra dubbi, smantella certezze. Riflette nello specchio della letteratura risposte arcane al mistero dell'esistenza.